PALOMBARA SABINA – “La strega cattiva delle mie giornate“: Ilaria Scialdone racconta la sua agorafobia

La 32enne originaria di Monterotondo è autrice di un libro a tratti crudo e incisivo sul disagio

Esistono delle paure che non fanno rumore.

Non si vedono, non si percepiscono eppure ci fanno mancare l’aria e cambiano nettamente il nostro modo di stare al mondo.

L’agorafobia è una di queste.

Classificarla solo come un “disturbo d’ansia caratterizzato dalla paura intensa di trovarsi in luoghi o situazioni da cui sarebbe difficile scappare” è alquanto riduttivo e sminuente.

 

Ilaria Scialdone, classe 1993, originaria di Monterotondo, vive a Palombara Sabina

 

Nel suo libro “La mia agorafobia – la strega cattiva delle mie giornate“ Ilaria Scialdone spiega con coraggio ed estrema profondità cosa significa vivere con questa problematica . 

Nata a Monterotondo nel settembre del 1993, Ilaria ha vissuto nella città eretina fino all’età di ventinove anni, quando ha incontrato Patrizio, l’uomo della sua vita, ha lasciato il posto di lavoro per trasferirsi a Palombara Sabina dove da due anni si dedica a svolgere a tempo pieno il ruolo di mamma del loro figlio Daniele.

 

Ilaria e il marito Patrizio: la coppia ha un figlio Daniele

Il suo racconto a tratti crudo e incisivo, non ha come unico soggetto il disagio.

Tra le pagine infatti si sviluppa soprattutto l’identità di una donna che esiste e che ha voce.

Ilaria per tutto il libro sembra voglia sottolineare esattamente la differenza tra l’avere l’agorafobia ed essere l’agorafobia.

Restituendo al lettore un flusso di emozioni che spaziano dalla sua prima crisi, passando per i suoi sogni fino ad arrivare al momento più bello della sua vita : la nascita del suo bambino.

 

Ilaria perché nel titolo c’è una comparazione tra la figura della strega e il disturbo ?
“Perché la strega ha la capacità di attirare a sé.
Ti incanta e ti limita.
Esattamente com’è successo a me.
In modo lento mi ha incatenato dentro i miei confini.
Si può però imparare a guardarla negli occhi”.
Ricordi la tua prima crisi?
“Non la dimenticherò mai.
È successa durante un torneo di tennis del mio ex fidanzato.
Cercando un bagno ho attraversato i campi e un parcheggio grandissimo.
All’improvviso qualcosa dentro di me è cambiato. Non capivo più nulla.
Ho avuto un forte attacco di panico e sono caduta a terra”.
Cos’è successo dopo?
“Nei giorni successivi mi sono documentata poi ho visto uno specialista. È arrivata subito la diagnosi: Agorafobia”
Essendo questo un disturbo non molto comune ti è passata per la testa l’idea di cercare tramite internet esperienze di persone che ne soffrivano?
“No.
Mai .
Anche perché il mio psicologo al tempo me l’ha severamente vietato.
Mi ha detto: “Ilaria è il tuo disturbo, devi capire da sola cosa ti provoca più o meno disagio senza condizionamenti“.
E a distanza di anni posso dire che aveva ragione”.
Dopo una crisi cosa resta?
E cosa bisogna fare se vediamo una persona che ne ha una?
“Si prova smarrimento e senso di colpa.
Ti chiedi: “Perché proprio ora che stavo bene?”.
Poi lo superi quel malessere ma qualcosa ti resta sempre dentro. Guarire é complicato e le ricadute sono molto facili.
In quei momenti è importante non farsi vedere preoccupati, avvicinarsi piano ma senza toccare la persona coinvolta.
Bisogna evitare inoltre che si accalchino troppe persone”.
Come si impara a convivere con qualcosa di così limitante?
“Bella domanda.
Credo con consapevolezza.
Sapendo cos’è.
E ovviamente con l’aiuto delle persone che ti vogliono bene.
Nel mio caso è stata fondamentale la figura di mio marito Patrizio.
Mi aiuta molto durante le crisi.
Ormai ha preso più dimestichezza di me (ride).
A volte quando andiamo al cinema è proprio lui che mi suggerisce delle tecniche per rilassarmi così da non farmi pensare a quei lunghi corridoi.
In quei momenti non mi sento sola”.
Quando racconti a qualcuno il disagio che vivi, noti più empatia o più sufficienza ?
“Sarò onesta: dipende dall’età.
I miei coetanei tendono a rispettare la mia problematica e sono generalmente propensi a
informarsi.
Le persone più grandi spesso lo sottovalutano.
Forse perché non sono state educate a riconoscere le fragilità della mente”.
Immagino quindi che anche i tuoi affetti hanno avuto reazioni diverse al momento della diagnosi.
“Esatto.
I miei amici mi hanno subito dato sostegno.
In famiglia il problema è stato sminuito.
Ho cercato con loro di non sembrare quella problematica e mi sono forzata a stare in luoghi che mi mettevano a disagio.
Poi ho capito che non era giusto verso me stessa”.
Mentre da un punto di vista lavorativo , quanto ti è costata l’agorafobia ?
“Tanto.
Lavoravo come hostess allo Stadio Olimpico. Amavo quel lavoro e come mi faceva sentire. Mi impegnavo molto e stavo ottenendo i miei primi risultati.
Andarmene mi ha spezzato il cuore.
È stato proprio lì che ho avuto la crisi più brutta. In quel caso sono state le telecamere a salvarmi, un collega ha capito che non stavo bene ed è intervenuto”
E da quel giorno non sei più tornata ?
“No ma mai dire mai.
Magari un giorno, da tifosa della Roma, con mio figlio Daniele e mio marito.
Sarebbe un bel momento per me e rappresenterebbe un’ulteriore paura lasciata alle spalle”.
Com’è essere una mamma con l’agorafobia ?
“Gli occhi di mio figlio mi danno la forza per fare tutto. Mi hanno aiutata anche a presentargli la “strega cattiva “.
È ancora piccolo, ma voglio che questo libro lo spinga un domani a riflettere su come ogni ostacolo può trasformarsi in un punto di forza”.
Ti sei mai chiesta “Perché a me ?”
“Sì.
Poi mi hanno spiegato che la nascita della mia agorafobia è legata a un forte senso di abbandono che ho avvertito in passato”.
E qual è stato il momento in cui ti sei sentita più sola nella tua vita?
“Quando i miei genitori si sono separati. Avevo dodici anni.
Sono diventata adulta senza essere mai stata bambina. Per molti anni ho aiutato tutti dimenticandomi la persona più importante: me”.
Hai fatto pace con la bambina che sei stata ?
“Sì.
Se la incontrassi le darei una carezza. Le direi anche di non preoccuparsi e di inseguire i suoi sogni come quello di fare pedagogia.
Ho scelto l’istituto tecnico economico perché le persone vicine mi dicevano che non sarei mai riuscita nell’impresa.
Oggi però so che valgo quindi le direi di non ascoltare nessuno e di proseguire per la sua strada”.
Chi è Ilaria oltre il disturbo ?
(Sorride) “Una ragazza allegra, piena di energia, un’amante della vita.
Amo le cose semplici, la mia famiglia, passare del tempo con i miei amici  esserci.
Per me essere presente nella vita di chi voglio bene è tutto.
L’amore nella mia vita ha svolto e svolge un ruolo fondamentale.
Mio marito mi ha fatto capire che merito di amarmi, la sua famiglia ha creduto in me dal nostro primo incontro e la mia migliore amica Francesca mi stimola sempre a migliorare.
Chi sono quindi oltre il disturbo?
Una ragazza che ama e che è amata a sua volta e che oggi vive la vita che sognava da bambina”.
Quando hai maturato l’idea di scrivere un libro e perché?
“Prima della nascita di mio figlio. Sentivo che era il momento giusto. L’ho scritto senza pensarci troppo come fosse una parte di me”
Perché leggerlo?
“Forse sembrerà banale ma è un caldo abbraccio a chi lotta, a chi ha lottato, a chi ha perso qualcosa ingiustamente.
Non è un libro di dolore. È un libro pieno di forza”.
Un’ultima domanda Ilaria: come vedi il tuo futuro ?
“Lo vedo colorato.
Spero di continuare a prendermi cura della mia salute mentale e lo auguro a tutti i lettori perché se non si sta bene con se stessi non si riesce a stare bene neanche con gli altri”.
(Francesca Romana Severini)

 

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