Dad o non dad?

I dilemmi inesistenti dell’ennesimo Non-sistema di un paese che non riesce a vedere i suoi problemi

Il sistema formativo è nel mondo oggetto di grandi fratture. Se da una parte tutti condividono l’assoluta necessità di dare alla nuova generazione una struttura mentale in grado di saper leggere il mondo, la vita – quella collettiva e la propria – e di saper agire con la piena consapevolezza, dall’altra non si riconosce alla Scuola questa prerogativa. Il tappo è saltato nella generazione del ’68 e vieppiù è stato celebrato in altre stagioni contestatarie. La scuola – si diceva – è al centro di schematismi che obbligano alla ripetizione del presente che invece va modificato. Sempre la scuola si muove con sistemi di gratifica (il voto) e di repressione (la bocciatura, l’espulsione da un sistema) allo stesso modo della società classista. Negli anni tanti maestri di pensiero si sarebbero soffermati sull’argomento. In testa a tutti Marcuse, Horkeimher e Adorno, la cosiddetta Scuola di Francoforte. Ma anche il mondo dell’immaginario culturale popolare. Il famoso brano dei Pink Floyd, The Wall. Sotto il motivo incalzante c’è una scolaresca di giovani che ripete: “non vogliamo la vostra formazione, non vogliamo il vostro controllo”… E quel Muro che divide le anime è rappresentato proprio dalla collocazione parcellizzata in cui ciascuno è costretto a muoversi a causa proprio di quella prima formazione. Altri attacchi alla scuola avvennero nel 77 col famigerato “6 politico”. Accanto alle volgarità che suscitò quel dibattito poneva un problema serio: “una scuola che non forma, nella vita, una scuola che non consente di entrare nel mondo del lavoro, una scuola vissuta solo come parcheggio, non può essere anche selettiva”. Ricordiamo le invettive di Pierpaolo Pasolini che ravvisava nella scuola uno strumento di conferma della selezione di massa in cui l’individuo non è ri-conosciuto per quel che è ma per le sue origini e quelle è costretto a ripetere. Negli ultimi decenni la critica di un filosofo molto popolare come Umberto Galimberti critica alle radici il nostro sistema di formazione perché attento solo a riferire informazioni e non a curare l’anima perché anche i sentimenti derivano dalla nostra formazione, da quel che siamo, da cosa abbiamo letto, da cosa siamo stati ispirati nella vita. La scuola non dà nulla di questo.

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Ora noi ci troviamo ad affrontare il problema della riapertura delle scuole come se non fosse successo niente. Come se le scuole fossero un intero perfetto da prendere ed usare, al pari di qualsiasi altro oggetto di nessuno. Questo strumento da tanto tempo non svolge la sua funzione. Si presenta come area di parcheggio per genitori impegnati nelle loro attività assolutamente necessarie per mandar avanti la casa. L’interruzione di questa collocazione di un problema crea così un problema apicale. La questione delle scuole alla ripresa dell’anno scolastico si riduce a questo.

Si è ripetuto in tante circostanze il fatto che la crisi pandemica deve essere vissuta come occasione per il cambiamento.

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Questo sembra non valere per la scuola.

I suoi meccanismi premiali e la soluzione a problemi strettamente pratici arriva prima della funzione per cui è stata pensata.

Oggi tutti vediamo che i momenti formativi sono diversi, variegati. Nessuno di questi ha relazione con la scuola. Il giovane dagli smart, dal computer e dalla televisione non riceve solo suggestioni per l’indottrinamento di massa. Acquisisce anche conoscenze e modalità per entrare in contatto e costruire la propria affettività. Sì perché, come ci insegna Galimberti che prima citavo, contrariamente a quanto si pensa l’affettività non è un dato tramandato nel codice genetico. L’affettività ci dice chi siamo, come siamo stati formati, qual è la possibilità che abbiamo di trovare risposte nei problemi da risolvere.

La scuola da tempo ha abdicato a dare queste risposte. Ce ne siamo disoccupati perché la sua funzione sociale era troppo importante e non poteva essere messa in discussione.

Ora che è messa in discussione dalla pandemia siamo in ritardo e vorremmo tornasse tutto come era, come sognavamo che fosse. E di certo un anno fatto ripetere per manifesta impreparazione dei ragazzi nell’anno della Didattica a Distanza non aiuterà né darà risposte se la scuola continuerà ad essere così: riproduttrice di schemi, incapace di dare profondità ai problemi trattati, rinunciataria ad entrare nelle questioni centrali che i ragazzi incontrano nel loro percorso formativo.

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