TIVOLI – Condannato per maltrattamenti: niente galera se il marito violento va in terapia

Per ottenere la pena sospesa il 46enne deve frequentare un percorso e imparare ad avere relazioni sane

In aula si è difeso puntando il dito e accusando la ex di aver sottratto soldi dal conto corrente dell’azienda scatenando così la sua rabbia.

Ad inchiodarlo alle sue responsabilità sono stati i suoi stessi figli con le loro testimonianze dirette e coi loro comportamenti relazionati dai Servizi sociali.

Per questo mercoledì 6 maggio il Tribunale di Tivoli ha condannato in primo grado un romeno di 46 anni alla pena di 2 anni di reclusione per maltrattamenti aggravati nei confronti della moglie, una connazionale di 41 anni.

Il Collegio presieduto da Laura Di Girolamo – a latere i giudici Barbara Auriemma e Matteo Petrolati – ha condiviso in parte la ricostruzione della Procura di Tivoli e infatti ha assolto l’imputato dall’accusa di violenza sessuale aggravata ai danni della consorte perché il fatto non sussiste.

Secondo la ricostruzione dei magistrati, la dolorosa storia si è consumata a San Polo dei Cavalieri dal 2003 fino al 6 aprile 2024, quando la donna fu costretta a chiamare i carabinieri perché nel corso dell’ennesimo litigio lui la minacciava di cacciarla di casa e di gettarle i vestiti fuori dalla finestra.

Così la donna denunciò e iniziò a raccontare che nel corso degli anni il marito avrebbe usato violenza fisica e verbale anche in presenza dei figli minori della coppia.

Reiterate aggressioni sia di natura verbale che fisica, ma anche di natura sessuale tendenti ad umiliare e vessare la donna.

Azioni che, seppur realizzate in momenti successivi, sarebbero risultate collegate da un nesso di abitualità e con un’unica intenzione di ledere l’integrità psicologica e morale della moglie rendendo così impossibile la convivenza.

LEGGI ANCHE  ROMA EST – Blitz dei carabinieri, sequestrati oltre un chilo di droga e 10 mila euro

Per questo il 17 aprile 2024 il Tribunale di Tivoli ha disposto nei confronti dell’uomo la misura cautelare del divieto di avvicinamento alla moglie e ai luoghi frequentati con applicazione del braccialetto elettronico.

In particolare la donna, costituitasi parte civile nel processo, ha raccontato anche in aula che fin dall’inizio della relazione sentimentale il 46enne la ingiuriava e minacciava anche di morte o impugnando pale o manici di piccone, che nel corso dei litigi la picchiava per asseriti motivi di gelosia o riconducibili alla gestione in comune della loro società.

Stando all’accusa, in più occasioni, dopo averla aggredita fisicamente anche afferrandola per la gola, le sottraeva soldi, bancomat, cellulare e chiavi costringendola a trascorrere alcuni giorni fuori dall’abitazione familiare o a casa delle sorelle.

In una occasione la donna sarebbe stata addirittura costretta a passare la notte all’interno di un cantiere edile in una pineta.

Nella denuncia ai carabinieri la donna ha riferito anche di essere stata costretta in più occasioni ad avere rapporti sessuali contro la sua volontà e di aver ceduto a seguito delle minacce del marito di suicidarsi se lei non avesse acconsentito o per evitare scenate di vario genere nel corso della notte che avrebbero potuto spaventare i bambini.

Un’accusa rivelatasi infondata al termine del processo.

Il legale di parte civile ha evidenziato inoltre come non si trattasse di una relazione conflittuale o di una crisi di coppia degenerata, ma di una condotta abituale di sopraffazione protratta nel tempo, fatta di  controllo, aggressività verbale, minacce, esplosioni di rabbia, distruzione di oggetti, umiliazione costante.

Un figlio ha ricordato in aula di urla, accuse, insulti, minacce, rottura di oggetti, di una tensione costante in casa a causa dei comportamenti aggressivi del padre.

Davanti ai giudici  l’uomo ha ammesso di aver pronunciato frasi come “t’ammazzo”, di aver rotto oggetti durante i litigi e di aver colpito il figlio per errore.

Tuttavia si è difeso sostenendo che la donna abbia sottratto soldi dall’azienda scatenando la rabbia del marito.

Mercoledì il Tribunale di Tivoli ha disposto la revoca della misura cautelare per il 46enne, ma lo ha condannato anche a risarcire il danno alla moglie davanti al giudice civile e al pagamento delle spese di costituzione di parte civile pari a 2.033 euro.

LEGGI ANCHE  GUIDONIA - Simone Mobrici presenta “Brivido”, il fantasy horror per bambini

Tuttavia l’uomo potrebbe non andare in galera.

Il Collegio ha infatti concesso al 46enne il beneficio della pena sospesa nel caso in cui partecipi a percorsi di recupero presso istituti accreditati o riconosciuti da Enti pubblici istituzionali tra i quali “Centro Prima”, “Maschile Plurale”, “Donna e Politiche Familiari” per la durata minima di 6 mesi da iniziarsi entro 30 giorni dal passaggio in giudicato della sentenza.

Le motivazioni della sentenza saranno depositate tra 90 giorni.

Condividi l'articolo:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.