Sparò a un albanese per strada in carcere “Carminuccio lo zingaro”

antidroga della Procura di Napoli; Leonardo Bevilacqua di Colleverde, conosciuto come “Carminuccio lo zingaro”, è stato arrestato lo stesso giorno perché ritenuto l’autore di quell’agguato.
Finora l’unico a pagare per quei fatti era stato Pietro T., artigiano 34enne di Casali, che era stato condannato a 2 anni e 4 mesi di reclusione per detenzione e ricettazione della pistola calibro 921 con la matricola abrasa utilizzata quel 23 luglio 2011.
Una semplice casualità, che venerdì 19 ottobre siano arrivate le manette sia per Arben Bebri che per Leonardo Bevilacqua. Si tratta infatti di due ordini di carcerazione emessi il primo a Napoli e il secondo dalla Procura di Tivoli, dopo le lunghe indagini condotte dai carabinieri del Nucleo Operativo diretti dal maresciallo Carlo Giannini e coordinati dal capitano Domenico Martinelli.
Arben Bebri è finito in carcere insieme ad altre 20 persone. Trentaquattro gli indagati in tutto. Secondo gli inquirenti, la Squadra Mobile di Frosinone, l’organizzazione portava droga dall’Olanda e riusciva a smerciare milioni di euro di cocaina ed eroina ogni mese. Il capo indiscusso era Altan Hasi, 36 anni, detto “La bestia”. Il suo braccio destro “Emiljon Kapplani, detto “Lo zingaro”. Ogni venti giorni era un viavai tra la Ciociaria, l’Agro Pontino e la provincia di Roma. Arben Bebri era considerato uno dei “duri” della banda e gli era stata affidata per lo smercio la zona tra Fontana ed Arce. Il quarantaquattrenne, residente a Fonte Nuova con la sua famiglia, sempre secondo gli inquirenti, sarebbe stato capace di rapinare lo zingaro della sua auto – una Opel Corsa – carica di stupefacenti, salvo poi restituire tutto dopo l’intervento del capo, la bestia.
Difficile al momento pensare che l’attività di Arben Bebri che lo ha portato in carcere, possa essere legata in qualche modo al regolamento di conti dello scorso 23 luglio. Sembra tutto riconducibile a una mancanza di rispetto tra l’albanese e il suo aggressore. Ipotesi confermata in questo anno di indagine dalle persone che sono state interrogate dai carabinieri di Monterotondo.
Erano circa le 2 e mezza di notte quando è successo il fatto. L’operaio albanese si trovava nel parcheggio a ridosso della nuova rotatoria della Nomentana bis. E’ stato raggiunto da 5 colpi di pistola, di cui 3 lo hanno colpito. Due all’addome e uno a una gamba. L’uomo è stato portato in macchina da qualcuno che poi è fuggito via all’ospedale Santissimo Gonfalone di Monterotondo, dov’è stato operato. Un intervento molto complicato, che gli ha salvato la vita, quello realizzato dai medici eretini.
Residente a Tor Lupara dal 2003, su Arben Bebri pendeva un vecchio decreto di espulsione, ma era comunque rientrato in Italia e ultimamente era agli arresti domiciliari.
Dunque venerdì scorso è finito in carcere su ordine di custodia cautelare del Tribunale di Tivoli, il suo aggressore, Leonardo Bevilacqua, conosciuto come “Carminuccio lo zingaro”. C’è voluto tempo, perché l’unica traccia finora non aveva portato a molto: ossia la pistola utilizzata nell’agguato, che era stata rinvenuta in casa di Pietro T.
La perquisizione nella sua abitazione di Casali era avvenuta alle 8 del mattino del 25 luglio, dunque due giorni dopo la sparatoria. La pistola era avvolta in una busta di cellophane nera, sopra un divano e sotto vari arnesi edili. Il 34enne è stato arrestato e subito dopo è tornato ai domiciliari.
Dai rilievi del Ris era emerso che la pistola Beretta calibro 921 era stata rubata il 22 dicembre del 2004 presso l’azienda di armi a Brescia, probabilmente da un dipendente infedele. Quel 23 luglio 2011 i militari diretti dal maresciallo Carlo Giannini, avevano raccolto i suoi bossoli lasciati sul parcheggio dal malvivente che ha sparato e si sono messi a caccia degli indizi. I militari avevano concentrato le ricerche da subito su Bevilacqua e la settimana scorsa il giudice di Tivoli ha deciso che gli indizi fossero sufficienti per dimostrarne la colpevolezza.
Per la cronaca, ben differente era stata la ricostruzione dei fatti elaborata dal giovane di Casali, circa la pistola rinvenuta in casa sua. «L’ho trovata vicino a un cassonetto a Parco Trentani e l’ho presa per paura che la trovasse qualche bambino, poi il giorno dopo l’avrei portata ai carabinieri».
Una versione già definita «inverosimile» all’epoca dal Gip Alfredo Maria Bonaugura e che non ha convinto venerdì scorso nemmeno il collegio presieduto da Mario Frigenti e composto dai giudici Lorenzo Antonio Bucca e Claudio Politi.

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