Negli anni Cinquanta è stato a lungo l’unico medico di Guidonia.
Ha curato migliaia di pazienti e perfino i potenti della città si rivolgevano a lui.
Valeriano Compagnucci è stato per sessanta anni un medico della mutua e da pensionato ha continuato a visitare privatamente tutti i giorni, a studio o a domicilio, i figli e i nipoti di chi mezzo secolo prima affidava a lui la propria salute.
Ha esercitato fino a 90 anni, prima di spegnersi il 31 luglio del 2011.



Gli eredi del Dottor Valeriano Compagnucci sotto la targa di intitolazione del parco pubblico
Sposato con Velia Duval, due figlie, Carla 78 anni e Paola di 75, il Dottor Valeriano Compagnucci è stato un personaggio indimenticabile per Guidonia Montecelio, a tal punto che l’amministrazione comunale gli ha intitolato la cosiddetta “Pineta”, l’area verde di viale Roma luogo simbolo della socialità cittadina.
Stamane, giovedì 9 aprile, si è tenuta la cerimonia per la nuova installazione della targa di intitolazione irrimediabilmente danneggiata nel 2018 a seguito del crollo di alcuni alberi di pino.



Il sindaco Mauro Lombardo insieme alle figlie del medico, Carla e Paola Compagnucci
Oltre alle figlie, ai nipoti e ai pronipoti del Dottor Compagnucci, erano presenti il sindaco di Guidonia Montecelio Mauro Lombardo, la vice sindaca Paola De Dominicis, gli assessori Mario Proietti e Paolo Ruggeri, il presidente del Consiglio comunale Erik D’Alisa, il dirigente Aldo Cerroni, vari consiglieri comunali e numerosi cittadini, tra cui l’imprenditore del travertino Vincenzo De Gennaro che ha donato la targa.
Figlio di un segretario comunale e una casalinga, Valeriano Compagnucci era nato a Montecassiano, piccolo Comune delle Marche in provincia di Macerata, a Recanati frequentò il Ginnasio inferiore, a Osimo proseguìgli studi presso il liceo classico, infine giunse a Roma per frequentare la Facoltà di Medicina all’università “La Sapienza”.
Erano gli anni della Guerra, c’era da rimboccarsi le maniche.
Così il 25 aprile 1945 si laureò con 110 e lode, quattro mesi dopo la vittoria del concorso presso gli Ospedali riuniti di Roma, due anni da assistente interino al San Giovanni e l’apertura insieme a un collega assistente del primo studio privato in via Montecuccoli sulla Prenestina.
Poi ad agosto 1947 lo Stato si ricordò che Valeriano non aveva assolto il servizio di leva e l’anno dopo lo reclutò in Aeronautica.
Viterbo, Porto Santo Stefano, Guidonia, aeroporto “Alfredo Barbieri” come tenente medico.
All’epoca quello che oggi è il terzo Comune del Lazio contava solo diecimila abitanti e un medico condotto.
Condizione ideale per chi voleva fare della professione una missione.
Per questo nella primavera del ‘50 il sottotenente Compagnucci iniziò a svolgere parallelamente un’attività privata all’interno di un “buco” in piazza San Giovanni Evangelista a Montecelio e subito dopo in un ambulatorio in via Roma rilevato da un altro medico.
Una vita dedicata alla cura dei pazienti con una parentesi di tre anni come assessore comunale alla Sanità nel corso dei quali istituì il servizio di medicina scolastica, assistenza anziani, consultorio materno-infantile ed equipe psico-pedagogiche.



Il dottor Valeriano Compagnucci, storico Medico della Mutua a Guidonia
Il dottor Valeriano Compagnucci raccontò la sua carriera in un’intervista pubblicata il 31 gennaio 2006 – vent’anni fa – da “Tiburno”, il settimanale della Città del Nordest in edicola dal 1990 a dicembre 2021.
“Fui il primo ad affiancare il medico condotto del Comune – iniziò a raccontare il Dottor Compagnucci – Così oltre ai dipendenti Enpas e Inam che venivano in ambulatorio per visite convenzionate, facevo anche visite a domicilio e arrotondavo”.
Perché e quando ha scelto di fare il medico?
“Da bambino.
Il medico condotto del mio paese, abitava nel mio condomino al secondo piano e vedevo in lui una figura importante, anche perché era un ottimo medico”.
Quando ha aperto lo studio a Guidonia la gente veniva?
“Certo, è per questo che mi sono trasferito qui a marzo del ‘53. Anche perché il medico condotto era antipatico”.
Le sue giornate nel periodo di grande impegno?
“Facevo studio dalle 16 alle 23. Venivano centinaia di pazienti e oltre alle visite dovevo praticare 40, 50 iniezioni intramuscolari al giorno coi
prodotti che mi dava l’Enpas.
La mattina, invece, facevo le visite domiciliari, Guidonia era piccola ma dovevo andare anche a La Botte e non era facile”.
Perché?
“Perché giravo a piedi”.
E come faceva?
“Quando avevo lo studio a Montecelio, dopo il turno in aeroporto, salivo sul camion militare che riportava a casa i tanti civili monticellesi in servizio in Aeronautica”.
E la sera?
“Scendevo a piedi , andavo alla stazione a prendere l’ultimo treno per Roma a mezzanotte e mezzo.
Per ritornare a Guidonia il giorno dopo alle 8,30″.
Finché poi s’è fatto una macchina…
“No. Dopo i primi tempi a piedi ho comprato una Lambretta, con cui facevo Roma-Guidonia.
Solo dopo ho acquistato una 500, poi una 124, la 125, la Lancia Prisma e quella che ho ora, la Punto”.
Quanti pazienti ha curato nella sua carriera?
“E’ una parola. Io sono andato in pensione nel 1985 dopo 65 anni di professione, ma ancora lavoro a pagamento.
L’attività si è notevolmente ridotta anche perché la gente prima di tirar fuori quei 40 o 50 euro per la mia visita ci pensa due volte. Prima, invece, ero sempre a disposizione per le visite di notte e nei giorni festivi”.
Quanto si guadagnava?
“Non eccessivamente.
Ho fatto una vita ottima, senza difficoltà, ma l’unico bene che ho è la casa in cui vivo”.
Il suo modo di interpretare la medicina.
“Penso di averla interpretata bene. Col paziente va instaurato un rapporto di fiducia, va ascoltato, consigliato: il modo di fare medicina una volta era molto più personalizzato. Adesso la medicina è stata burocratizzata.
Basti pensare che per ridurre la spesa sanitaria vogliono dare un budget ad ogni medico di prescrizioni di medicinali.
E’ assurdo, come il dover prescrivere i farmaci generici a basso costo anziché l’antibiotico”.
Crede nella medicina alternativa, omeopatia, aromaterapia e robe simili?
“No.
Qualche mio paziente che senza mia prescrizione ci ha provato non ha cavato un ragno dal buco”.
Uso e abuso di farmaci, che ne pensa?
“Penso che ci sia un certo abuso.
C’è una tendenza ad accumulare farmaci anche se non si usano. Se entra in una casa trova nei cassetti montagne di medicine”.
Come curava i suoi pazienti?
“Con i farmaci dovuti, senza dirgli di prendere medicine per dieci, quindici giorni.
Nei casi di malattia acuta consigliavo terapie al massimo di cinque giorni”.
I ritrovati miracolosi della medicina sono il frutto di uno studio o soltanto un fenomeno di commercializzazione?
“Sono frutto di ricerca.
Se continua l’andazzo di prescrivere i farmaci generici, chi glielo fa fare alle aziende farmaceutiche di spendere soldi per la ricerca?”.
Come è cambiata la salute dei pazienti?
“In meglio.
Oggi c’è la radiologia e l’ecografia che aiutano a fare diagnosi e a stabilire una terapia mirata”.
Le malattie di prima e le malattie di oggi. Sono sempre le stesse?
“Le malattie infettive della Pediatria sono in diminuzione, perché i bambini sono curati molto meglio”.
I pazienti hanno paura delle malattie?
Di quali?
“Aids a parte, delle malattie cardiache e delle ipertensioni.
Ma cercano di adeguarsi allo stile di vita consigliato dal medico”.
Prima cosa temevano?
“Niente”.
Ricorda a Guidonia epidemie gravi?
“Ricordo molti casi di poliomelite.
Poi è intervenuta la vaccinazione”.
A proposito, come ha attecchito a Guidonia?
“Benissimo.
I pazienti ci credono anche oggi”.
E le paure degli emoderivati?
“Non ci sono”.
Il sistema sanitario: meglio l’Asl o la Cassa mutua?
“Meglio la seconda”.
Perché?
“Perché l’Asl ha burocratizzato il medico”.
Il caso più brutto che ha curato?
“Ne ricordo uno recente di un paziente di sessant’anni cui avevo diagnosticato una emorragia interna. Era ridotto male e per capire a cosa era dovuta gli prescrissi il ricovero urgente presso un ospedale romano.
Ma dopo tre giorni peggiorava sempre di più, riuscii a mettermi in contatto con un mio amico chirurgo primario al Pertini, che si attivò: il paziente stava morendo dissanguato perché gli avevano diagnosticato un tumore renale che sanguinava, trascurando invece l’emorragia dovuta a una rottura dell’arteria iliaca”.
E com’è andata?
“Fu sottoposto a un doppio intervento, uno per l’emorragia, l’altra per il tumore. E’ ancora vivo e sta bene”.
Si è mai trovato di fronte a casi in cui ha dovuto comunicare al paziente un male incurabile?
“Sì”.
Come l’ha fatto e come l’ha vissuta?
“Sempre in modo pessimo, ma con la dovuta cautela, facendo capire che c’è qualcosa d’importante lasciando sempre una speranza, perché tutto può succedere.
Ai miei pazienti non ho mai raccontato bugie”.
Quante volte ha pensato che vale la pena fare il medico?
“Sempre”.
Se potesse di nuovo scegliere lo farebbe ancora?
“Certo, ma nel modo in cui l’ho fatto”.
Cioè?
“Se cominciassi adesso e dovessi fare il medico della Asl rifiuterei”.
Farebbe il privato?
“Ma non lo farei per niente il medico. Che altro spazio avrei?”.
E che farebbe?
“Amo la musica classica, starei sempre ad ascoltarla”.
In che paese sceglierebbe di vivere?
“A Guidonia sto benissimo”.
In America si paga per andare in ospedale. Che ne pensa?
“Che non va bene.
L’ideale è come in Italia, se uno ha un reddito importante paga un’assicurazione che garantisce di essere assistito in una struttura qualificata”.
Quale vaccino le piacerebbe avere scoperto?
“L’antipolio”.
Cosa la spinse a scendere in politica?
“I desideri di mio genero”.
Oggi quante ore lavora?
“Tutte le mattine mi alzo alle 6,30 e alle 8 sono al laboratorio analisi di Villanova.
Poi alle 10 vado al laboratorio di Guidonia centro e se capita faccio qualche visita a domicilio.
I lunedì, mercoledì e venerdì pomeriggio dalle 17 alle 20 ricevo a studio.
E gli altri giorni può capitare qualche visita pomeridiana, ma la mia attività è notevolmente ridotta”.
Perché lo fa?
“Perché mi piace ancora farlo e poi mi piace aggiornarmi, io studio ancora”.
Consiglierebbe a un parente di fare il medico?
“La scelta di mio nipote è ottima: si sta specializzando in radiologia per immagine”.
Che consigli darebbe a un medico Asl?
“Di limitare il numero di assistiti, solo così si può fare il medico nel modo in cui si deve”.
Il segreto della sua salute?
“Qualche problema ce l’ho avuto e ce l’ho ancora, ma sono contento di come sto”.
Il senso della vita?
“La salute personale e quella dei cari.
L’importante è vivere nell’ottimismo”.





























