Ha richiesto un progetto di vita personalizzato per il figlio disabile, ma ne ha ottenuto uno dopo oltre 3 anni e neppure adeguato alle sue esigenze.
Nel frattempo, il minore è stato assistito presso una struttura privata a pagamento a spese della donna.
Per questo il Tar del Lazio ha condannato il Comune di Tivoli ad un risarcimento danni pari a 12 mila euro, oltre interessi legali fino al soddisfo, a favore della mamma di un ragazzo disabile affetto da disturbo dello spettro autistico e invalido civile al 100 per cento.
Lo stabilisce la sentenza numero 8331 – CLICCA E LEGGI LA SENTENZA – pubblicata ieri, martedì 5 maggio, dal Tar del Lazio.
I giudici amministrativi hanno accolto in parte il ricorso della donna, rappresentata e difesa dall’avvocata Giorgia Rulli, condannando Palazzo San Bernardino a pagare anche mille euro, oltre accessori di legge, per le spese legali sostenute dalla mamma.
Secondo il ricorso dell’avvocata Rulli, a partire dal mese di febbraio 2019 il minore frequentava un progetto psico-educativo di gruppo per 12 ore settimanali presso un’associazione privata non accreditata al costo di 900 euro mensili interamente a carico della donna, mamma single di un’altra figlia anch’essa affetta da invalidità.
Inoltre il ragazzo usufruiva del servizio comunale di assistenza domiciliare per 15 ore, poi ridotte a 12 e mezzo per mancanza di adeguati operatori.
La donna ha spiegato ai giudici di ricevere un contributo di cura per disabilità gravissima pari a 450 euro e di avere diritto, a carico dell’INPS, al servizio di assistenza domiciliare “Home Care Premium” per 18 ore mensili, di cui però il figlio non ha mai potuto beneficiare sempre a causa della mancanza di operatori.
A partire dal 2020, con note rimaste inevase, la mamma iniziò a richiedere al Comune di Tivoli un progetto di vita individuale, ma l’Unità Valutativa Multidimensionale (UVM) della ASL Roma 5 solamente il 22 dicembre 2023 si riunì per la prima volta per il compimento delle attività strumentali alla stesura del progetto.
Fatto sta che il progetto di vita concluso il 22 febbraio 2024 è stato reputato dalla mamma del ragazzo del tutto insufficiente al soddisfacimento delle esigenze di vita del figlio minorenne.
Per questo la donna impugnò il progetto davanti al Tar del Lazio, evidenziandone incompletezza, inidoneità ed inadeguatezza e richiedendo un risarcimento danni pari a 21.600 euro, pari all’importo delle rette pagate per due anni per le terapie cognitivo-comportamentali fruite dal figlio presso una struttura privata non accreditata, quale conseguenza immediata e diretta della condotta omissiva posta in essere dal Comune di Tivoli e dalla Asl Roma 5.
I giudici hanno evidenziato che il figlio disabile della donna è stato comunque riconosciuto invalido civile al 100 percento, gode della indennità di accompagnamento, riceve un contributo per disabilità gravissima pari a 450 euro, è stato seguito da un endocrinologo e ha beneficiato del servizio comunale di assistenza domiciliare per 12 ore e mezzo settimanali.
Pertanto non è corretto affermare che il minore sia stato vittima di un “abbandono terapeutico”.
Il Tar ha evidenziato che, a fronte della situazione di gravissimo ed innegabile disagio psico-fisico, fin dal 2012 le strutture ospedaliere specialistiche hanno prescritto un “intervento cognitivo-comportamentale per il massimo delle ore consentite”.
Tuttavia la mamma ha preferito rivolgersi ad organismi privati non accreditati, sostenendo autonomamente le relative spese, piuttosto che alle strutture socio-sanitarie pubbliche.
Stando alla ricostruzione dei magistrati, solamente a partire da settembre 2020 la donna si è rivolta al Comune di Tivoli per ottenere un progetto di vita personalizzato per le esigenze del figlio incontrando, però, il contegno a lungo inerte da parte dell’amministrazione comunale.
Fatto sta che la mamma, unico genitore di due figli affetti da condizioni di disabilità, di fronte all’inerzia del Comune non avrebbe fatto tutto ciò che avrebbe potuto per evitare l’aggravarsi del danno sul bambino.
Da qui, la scelta del Tar di ridurre i 21.600 euro richiesti dalla donna a 12 mila euro quale risarcimento del danno patrimoniale patito.





























