Nella foto: Foschi ricevuto nel 1993 dall’allora presidente della Camera dei Deputati Giorgio Napolitano
“Un brav’uomo, persona coerente che ha dato un contributo importante per la crescita del nostro paese” a ricordarlo è Luciano Romanzi, il sindaco che è succeduto a Foschi dopo il suo ultimo mandato: “Un’eredità importante quella che mi lasciò quando venni eletto sindaco anche con il suo voto – racconta Romanzi -. Politicamente gli va il merito di essere stato un grande progressista, capace di unire tutte le anime del centrosinistra. Con lui ho vissuto stagioni politiche importanti, in Consiglio comunale ma anche dopo quando comunque ha sempre continuato ad interessarsi alla vita del paese e del territorio. Foschi ha fatto molto per Licenza, voglio ricordare il suo impegno da studioso autodidatta degli scritti del poeta latino Orazio grazie al quale il Ministero diede un ruolo di primo piano alla nostra comunità in occasione delle celebrazioni del bimillenario della morte di Orazio nel 1993″.
Di seguito uno scritto di Arturo Foschi pubblicato da “Patria indipendente” il 21 dicembre 2003 (pag. 35-36)
“Quell’estate del ’44 in Albania”
L’estate del 1944 lentamente moriva. La Divisione di Mehmet Shehu presidiava i monti e la campagna da Burelli a Kruja, dal Dajti al Kraabe. Aveva i suoi campi dal fiume Mathi allo Shkumbini, dall’lhsmi all’Erzen. Tutte le notti i partigiani della I Divisione penetravano nel territorio del nemico. Assaltavano le postazioni avanzate, combattevano e, al mattino, si ritiravano. Una sera d’autunno, al calar delle ombre della notte, attaccarono con la forza delle armi le postazioni nemiche e le espugnarono.
Le caserme, gli ospedali (civile e militare) furono conquistati al primo assalto. I soldati tedeschi, presi dal panico, si rinchiusero nelle zone fortificate del centro della città di Tirana.
Carri armati, autoblindo, fortini,vie e piazze centrali divennero un grande bunker. Nel bunker si rinserrarono i tedeschi e i loro alleati: avevano la certezza che le armi collettive dei partigiani non potessero penetrare nelle corazze, nel cemento armato del bunker: ma così non fu.
Era finita la guerra partigiana del “toccata e fuga”. Era arrivata la guerra moderna. Era finita anche la bella stagione: si era nel mezzo del cammino della stagione autunnale.
Lentamente cadevano le foglie gialle degli aceri che il vento trasportava a valle. La notte faceva freddo e le piogge bagnavano i miseri vestimenti dei partigiani. Con il freddo e la pioggia i militari cambiavano le divise. “Ballisti”, “Legaliteti” e “Kosovari” con le divise cambiavano “colore”. Violate le leggi, venivano meno al giuramento di fedeltà e cambiavano campo per necessità, per avere salva la vita.
Tardivo, ma non inutile il “demutatio” (cambiamento). Disertarono anche i robusti e aitanti giovani del Turkestan: e quello che avviene sotto l’assillo delle necessità, merita perdono. Più empi si dimostrarono i mongoli che avevano giurato fedeltà a Hitler. Giunsero nelle formazioni partigiane con le armi collettive e indivi duali. Giunsero nelle prime ore del pomeriggio e chiesero di combattere, di sparare contro i nazisti: nulla è più imprevedibile e malsicuro dell’animo umano.
L’assedio durò alcuni giorni. Il comandante tedesco ordinò di radere al suolo tutta la parte centrale dell’antica città (densamente popolata), incendiare il vecchio Bazar e le case del quartiere e i moderni negozi di Rruga XXVIII Nendori (28 novembre).
Con le fiamme e con le armi automatiche perirono decine, centinaia di persone: vecchi, bambini, donne e prigionieri di guerra.
Per lungo tempo resistettero i tedeschi che si difendevano disperatamente. I partigiani, giorno e notte, senza sosta, attaccavano. Costretti ad abbattere gli ostacoli, ad aprirsi le vie attraverso detriti e passare sopra alle macerie fumanti, attaccavano i tedeschi giorno e notte. Circondati, accerchiati, senza via di uscita, i tedeschi resistevano, aspettavano i rinforzi che risalivano dalla Grecia, dall’Epiro. Chiusi nei bunker, nei carri armati, tra le robuste e massicce mura dei ministeri di piazza Shkanderbeg, a poco a poco cedevano terreno. I viveri, le munizioni, i carburanti scarseggiavano, poi, più che il coraggio, “poté il digiuno”: e fu una fuga generale. La fuga si trasformò in panico e fu un caos, un fuggi fuggi disordinato e senza via d’uscita.
* * *
Quivi finì. Anzi doveva finire. Nessuno si aspettava di dover combattere ancora. Ma la lotta contro il nazismo era una guerra solidale e bisognava combattere per annientare, distruggere la mala pianta nazista. Era prossimo l’inverno 1944-’45. Riprendemmo il cammino.
Passammo il fiume Mathi e il grande Drilon (Drin), arrivammo a Shkoder (Scutari), a Podgorica (Titograd). Sulle montagne brulle, sulle pietraie montenegrine e quelle dell’Erzegovina camminammo, salimmo e discendemmo i monti senza alcun riposo.
Sorpresi da una tempesta di neve e di vento (che da quelle parti soffia violento), in mezzo alla più folle bufera, iniziammo la battaglia finale. Combattemmo fino “a ritornar nel chiaro mondo” della pace. Finita la guerra e radunate “le fronde sparse” di Kruja, il governo albanese decorò centoventi partigiani italiani con diciannove Medaglie d’Oro (di cui undici alla memoria), trentotto d’Argento, sessantatré di Bronzo: altre le concesse successivamente.
Prima di lasciare il suolo d’Albania (maggio 1945), nella città di Durazzo, con una manifestazione pubblica, il popolo e i partigiani salutarono calorosamente gli italiani che partivano per l’Italia con l’onore delle armi, portando seco i morti e tanti ricordi di umana simpatia perché, “con la guerra i partigiani italiani hanno mostrato al mondo che il fascismo è il loro nemico… Siate orgogliosi – proseguiva il messaggio – il vostro sacrificio, il vostro eroismo rimarrà eterno nel cuore dei compagni di lotta albanesi”.
E così fu”.





























