TIVOLI – Guerra dell’acqua, “Bambù” contro le Terme: “Vi spiego la truffa”

L’imprenditore Simone Romanzi denuncia: “L’acqua delle piscine non è termale ma viene spacciata per tale”. La Procura vuole archiviare il caso: parola al Giudice

Spot radiofonici e cartelloni pubblicitari la reclamizzano come fosse miracolosa. In realtà, l’acqua che scorre nelle piscine delle Terme di Roma è tale e quale a quella di altri impianti balneari.

Insomma, di termale e terapeutico non è rimasto nulla da ben 38 anni, da quando cioè le piscine di Bagni di Tivoli sono autorizzate esclusivamente a fini sportivi e ricreativi a dispetto di un biglietto d’ingresso dal prezzo proibitivo.

E’ legittimo l’operato della “Acque Albule Spa”, la partecipata per il 60 per cento proprietà del Comune di Tivoli e per il restante 40% della Fincres dell’imprenditore Bartolomeo Terranova?

Oppure la società per azioni del Comune agisce in malafede?

“GUERRA DELL’ACQUA”, PAROLA AL GIUDICE PER LE INDAGINI PRELIMINARI DI TIVOLI

Martedì 27 settembre sarà il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Tivoli Chiara Miraglia a scrivere l’ennesima pagina di storia della cosiddetta “Guerra dell’Acqua”, che vede contrapposti da una parte Bartolomeo Terranova e dall’altra i gestori delle quattro polle sorgive di via Primo Brega, nella zona del Barco.

Il Gip Miraglia è chiamata a decidere se proseguire o meno le indagini preliminari relative alla denuncia per truffa presentata il 13 agosto 2020 da parte di Simone Romanzi, il 46enne tiburtino rappresentante dell’associazione culturale “Bambù” che fino a due anni fa gestiva l’omonimo stabilimento oggi denominato “Sole Estate Relax”, e dal 72enne Bruno Cinopri, tiburtino anche lui, presidente dell’associazione sportiva “Parco Tivoli” gestore dell’omonima polla sorgiva del Barco.

LA DENUNCIA: “L’ACQUA DELLE PISCINE DELLO STABILIMENTO DI BAGNI NON E’ TERMALE”

Nella denuncia Romanzi e Cinopri avevano evidenziato come le acque delle piscine dello stabilimento di Bagni non siano più terapeutiche dal 1984. Il 28 dicembre di 38 anni fa l’allora Presidente della Giunta Regionale del Lazio, Gabriele Panizzi, firmò il Decreto numero 2243 ed escluse dall’autorizzazione sanitaria rilasciata dalla Regione Lazio l’impiego termale dell’acqua, come richiesto dalla stessa Acque Albule Spa che in una nota del 26 novembre 1984 certificò come le piscine cosidette termali in realtà fossero impiegate a fini sportivi e ricreativi con esclusione di qualunque fine terapeutico.

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Circostanze che secondo Romanzi e Cinopri non potevano essere sconosciute ai vertici della partecipata tantomeno all’amministrazione comunale dal 2014 guidata dal sindaco Giuseppe Proietti. Eppure la società Acque Albule ha continuato a pubblicizzare le acque come termali, ha citato in giudizio i gestori delle polle del Barco e ha ottenuto il rinnovo automatico della sub concessione mineraria.

LA PROCURA DI TIVOLI NON RAVVISA REATI: CHIESTA L’ARCHIVIAZIONE

Tuttavia la Procura di Tivoli non ha ravvisato alcuna ipotesi di reato nei fatti descritti e documentati da Romanzi e Cinopri, tant’è che ha richiesto l’archiviazione del caso. Una richiesta alla quale Romanzi, attraverso l’avvocato Vittorio Messa di Guidonia, ha presentato opposizione al Giudice Miraglia, cui spetta la decisione.

La richiesta di archiviazione da parte della Procura è del tutto illogica ed infondata, ma soprattutto carente di motivazione”, si sfoga Simone Romanzi ex gestore di “Bambù”, stabilimento che insieme a “Parco Tivoli”, “Eden”, “La Siesta” e alla Società agricola “H2SO” l’8 luglio 2020 è stato condannato dal giudice Francesca Coccoli al divieto di qualsiasi utilizzo – balneazione, abluzione, passeggiate – dell’acqua, oltre che a risarcire alla “Acque Albule Spa” un danno pari a 720.434 euro.

L’IMPRENDITORE SIMONE ROMANZI SI OPPONE ALLA CHIUSURA DEL CASO

Non si comprende sulla base di quali elementi probatori e in ragione di quale specifica attività investigativa il pubblico ministero abbia deciso di archiviare il caso – prosegue Romanzi – Nella mia denuncia ho allegato documenti a riprova di ciò che sostengo, ovvero che la Acque Albule Spa ha sempre pubblicizzato le proprie acque delle piscine come terapeutiche, perché termali, pur essendo pienamente consapevole dal 1984 dell’assoluta mancanza di qualsiasi proprietà curativa e benefica”.

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LA CAUSA CIVILE, IL DIVIETO DI BALNEAZIONE NELLE POLLE SORGIVE E IL MAXI-RISARCIMENTO

Il pensiero di Romanzi è rivolto in particolare alla causa civile intentata nel 2012 dalla partecipata del Comune di Tivoli nei confronti dell’Associazione Culturale “Bambù” e delle altre associazioni del Barco culminata nel 2020 con  il divieto di balneazione nelle polle.

La Acque Albule Spa rivendica contro di noi un inesistente diritto esclusivo all’utilizzo anche a titolo di balneazione, perché termali, di acque che invece sapeva non essere più termali – prosegue il 46enne – E sulla base di un non veritiero presupposto ha ottenuto dal giudice civile un risarcimento del danno di oltre 700 mila euro, poi fortunatamente annullato in Appello.

Pubblicizzando anche nel circuito sanitario nazionale il carattere termale delle acque delle piscine, la società ha ingenerato per 38 anni un errato convincimento nei clienti dello stabilimento di Bagni convinti di beneficiare di inesistenti proprietà curative e benefiche delle acque”.

LA SUB-CONCESSIONE, GLI INCASSI DELLE PISCINE CONTEGGIATI TRA I RICAVI TERMALI

L’ultima freccia lanciata da Simone Romanzi punta dritta contro il rinnovo automatico della sub concessione mineraria ottenuta dalla Acque Albule Spa, inserendo tra i ricavi da “attività termali” del biennio 2016-2017 anche quelli delle piscine, pur sapendo che sono sempre state semplici acque per la balneazione a scopo ludico-ricreativo.

Circostanza, quest’ultima, già sottoposta da Romanzi al vaglio dell’Anac, l’Autorità Nazionale Anticorruzione.

Nei ricavi termali – accusa Romanzi – sono stati conteggiati anche i ricavi delle piscine, pari a 831.991,39 euro per l’anno 2016 e a 970.889,87 per il 2017: è chiaro, quindi, come in realtà Acque Albule spa non era in possesso dei requisiti per ottenere il rinnovo della subconcessione, in quanto i ricavi termali effettivamente percepiti sono stati ben al di sotto della soglia del 50% del fatturato totale previsto dalla legge”.

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