di Francesca Romana Severini
Leonardo Da Vinci diceva che: “La pittura è una cosa mentale”.
Prima ancora del colore, della forma, della tecnica, l’arte parte da dentro.
Si sviluppa tra pensiero, immagini ed emozioni ma il suo prodotto, colpisce spesse volte, talmente forte da lasciarci senza parole.
Proprio così è successo a Luca Tarsia, classe 1978, di Bagni di Tivoli, diploma da ragioniere, dipendente del “Policlinico Gemelli” e pittore per passione.
Qualche settimana fa, a Roma, sul set di “La resurrezione di Cristo”, il ritratto ad olio di Mel Gibson realizzato da Luca ha impressionato la star di Hollywood che è attualmente in Italia per dirigere il sequel de “La Passione di Cristo”.



Luca Tarsia, 48enne di Tivoli Terme, pittore e dipendente del Policlinico Gemelli
L’attore premio Oscar si è fatto fotografare con l’opera e, colpito dal talento, ne ha richiesto un altro all’artista tiburtino.
Luca, come è avvenuto l’incontro con Mel Gibson sul set del film?
E cosa l’ha spinta a realizzare un ritratto proprio per lui?
<<Ero sul set per recitare una piccola parte.
Nei giorni precedenti avevo già pensato di regalargli qualcosa di mio, sapendo che è un grande collezionista d’arte.
Ho deciso di dedicargli un ritratto e donarglielo.
Ma non è stato questo a motivarmi davvero: per me era una sfida personale.
Volevo dimostrarmi, contrariamente a quanto mi era stato detto da qualcuno intorno a me, che la mia arte aveva una sua dignità.
Quando finalmente sono riuscito a raggiungerlo, la vera sorpresa l’ha fatta lui a me.
Ha osservato il mio quadro per diversi minuti e ha iniziato a vantarsi con i ragazzi della troupe.
Sorridendo, poi, mi ha detto:”Wow, you’re the one who made this?!”.
E il mio cuore è esploso».



L’attore e regista Mel Gibson mostra il ritratto realizzato da Luca Tarsia
Qual è stata la sua reazione nel vedere che Gibson è rimasto colpito dalla sua opera?
<<Ero incredulo.
Non capita tutti i giorni che Mel Gibson si faccia fotografare con un mio quadro!
Appena mi sono ripreso dall’emozione, ne è arrivata un’altra: Gibson mi ha convocato personalmente e mi ha chiesto di creargli un’altra opera>>.
Come ha reagito alla nuova commissione ?
<<Non potevo crederci.
È stato un sogno.
Mai avrei immaginato di provare un’emozione del genere.
Ho sempre sperato in un’occasione di riscatto e quella lo è stata per me.
Spesso sappiamo di avere un valore, ma quando qualcuno lo riconosce, soprattutto qualcuno come Gibson, lo sentiamo davvero, e ci crediamo ancora di più>>.
Che tipo di soggetto le è stato proposto per il nuovo quadro?
<<Mi ha commissionato il ritratto di un suo amico.
Lavorarci è stato divertente, anche se ogni tanto mi fermavo e pensavo: “Ma davvero… Gibson ha scelto proprio me?”>>.
Ha mai immaginato che la sua arte potesse arrivare fino a Hollywood?
<<Mai.
La mia forza però è sempre stata, ed è tuttora, credere che qualcosa di bello possa arrivare all’improvviso e cambiare tutto».
Questa richiesta è per lei un punto di svolta nella carriera artistica?
<<Certamente.
La considero una ricompensa per il duro lavoro e spero di continuare su questa strada.
Non so dove sarò tra dieci anni, ma oggi ho messo un piccolo tassello importante.
Questo evento mi sta aiutando anche mentalmente: quando sono giù, mi ricordo che i sogni possono avverarsi, basta fare il tifo per se stessi e non mollare mai».



Luca Tarsia abbracciato a Mel Gibson
Luca, ci racconta chi è e come nasce la sua passione per la pittura?
<<Sono un sognatore.
Durante il giorno lavoro in ospedale, al Policlinico Gemelli di Roma, e appena ne ho la possibilità mi dedico alle attività artistiche.
La passione per la pittura non è nata come una scelta consapevole ma attraverso diverse fasi della mia vita.
Nel 1995 ho iniziato a fare teatro poi, quasi per gioco ho scoperto il mondo dei fumetti.
Disegnare mi piaceva sempre di più e così ho deciso di provare a dipingere.
Non avendo ereditato questa passione da nessuno in famiglia, all’inizio sembrava strano perfino a me.
Con il tempo, però, ho capito che quello era il mio posto nel mondo.»
Ricorda il suo primo quadro? Che emozione ha provato una volta terminato?
«La mia prima opera raffigurava delle isole stilizzate.
Quando l’ho finito, però, mi sono reso conto che non mi piaceva affatto (ride).
Accettarlo non è stato semplice. La rabbia ha preso il sopravvento sulla delusione e ho deciso di scarabocchiarlo.
Ma proprio alla prima pennellata, data con impeto, ho scoperto una sfumatura tipica dell’olio che mi ha sorpreso. Me ne sono innamorato all’istante.
Ancora oggi penso a quell’episodio come a una piccola lezione di vita: quante volte una situazione che ci appare come un disastro può rivelarsi, invece, molto più bella di quanto immaginiamo?».
Qual è il quadro a cui è più legato? E come si fa a capire quando un’opera è conclusa?
<<Uno dei miei preferiti è sicuramente il “Pierrot”di un bambino.
Mi ha emozionato profondamente mentre lo realizzavo e mi ha coinvolto molto anche dal punto di vista tecnico.
Sono molto affezionato anche a un “Moulin Rouge”: lo collego alla meravigliosa Parigi, la città dei pittori per antonomasia, con la sua atmosfera magica e senza tempo.
Capire quando è il momento di posare il pennello è più semplice di quanto si possa pensare.
Io ho adottato uno schema molto personale: se sento dentro di me di aver dato tutto e se allontanandomi dal quadro percepisco arrivare la bellezza, allora so che l’opera è finita.
Ho però anche un secondo “metodo”, meno informale (ride): far vedere il quadro a mia moglie Sara.
Ha un occhio attentissimo per i dettagli.
Se lo approva lei, allora posso dirmi soddisfatto del lavoro fatto».
Essendo lei autodidatta, ha mai pensato di fare dei corsi per migliorarsi?
<<Ho riflettuto spesso su quale possa essere il mio prossimo step.
Ho valutato diversi corsi ma finora non ho ancora trovato quello che sento davvero adatto a me.
In compenso, prossimamente mi iscriverò all’Accademia di Belle Arti.
Credo che costruirsi una propria cultura sia fondamentale non solo nell’arte ma anche nella vita.
È un percorso lento, ma ti porta a conoscerti più a fondo e ad acquisire maggiore consapevolezza, sia del mondo che delle tue potenzialità>>.
L’arte per lei quindi è più istinto o tecnica ?
<<Direi che l’arte è per l’80% istinto e per il restante tecnica.
La tecnica è lo strumento che permette all’istinto di esprimersi al meglio: lo indirizza, a volte gli dà forma, ma è l’istinto a essere davvero essenziale.
Senza di esso si perderebbe la parte più vera».
Come riesce a conciliare il lavoro al Policlinico Gemelli con l’attività artistica?
<<Far combaciare tutto richiede molto sforzo.
Ogni quadro ha bisogno del proprio tempo per nascere e spesso quest’esigenza va in contrasto con i ritmi del mio lavoro.
Quando torno a casa dopo un lungo turno e inizio a dipingere smetto di sentire le emozioni accumulate durante la giornata, stanchezza compresa.
La pittura diventa cura.
In quei momenti esistiamo soltanto io e lei : tutto il resto si dissolve.
A volte è solo grazie a mia moglie che mi ricordo che esistono anche altre necessità, come bere e mangiare (ride).
Tornando alla sua domanda, non so davvero come riesco a trovare un equilibrio.
Forse è la volontà.
La voglia ti spinge a fare cose che non avresti mai immaginato possibili>>.
Quali sono i temi o i soggetti che predilige nelle sue opere?
<<Amo fare ritratti.
Sono ricchi di sfumature e particolari.
Ritrarre non è solamente colori e linee: è un duro lavoro, fatto cercando di cogliere l’anima del soggetto.
Comporta molta fatica entrare dentro a qualcuno, scorgere in lui luci e tenebre e poi dovere rielaborare il tutto per mostrarlo agli altri.
Quando si fa un ritratto, si entra in una sfera molto privata e intima tanto che quando l’opera è finita, ti rimane un pezzo di quella persona sulla pelle per sempre>>.
Prima di iniziare un quadro: parte da un’idea precisa o lascia che le emozioni la guidino?
<<Ascolto sempre le mie emozioni, e il fatto che non faccia bozze ma vada direttamente col colore lo conferma.
Forse il motivo per cui non seguo un progetto preciso è anche che lavoro principalmente a olio.
Ho provato tante altre tecniche, come la penna o il carboncino, ma nessuna mi dà la stessa libertà. Con l’olio non riesco a sentire nulla di preparato: è creazione pura».
Se pensiamo a opere come :”Guernica” di Pablo Picasso, che era chiaramente un grido contro la guerra ci rendiamo conto che spesso l’arte nel passato era sinonimo di denuncia.
Oggi non le sembra che a volte il messaggio sociale venga usato anche per schierarsi politicamente o per vendere di più?
È un’evoluzione normale o qualcosa si è perso per strada?
<<Sicuramente oggi la situazione è cambiata.
La figura del pittore non è più la stessa: spesso la politica si serve dell’arte e l’artista usa la politica per fare pubblicità a sé stesso.
Inoltre l’arte sta diventando sempre più un fatto per pochi, quasi come se fosse appannaggio di una cerchia di élite.
Forse è anche questo a spingere alcune persone a mettere il loro talento al servizio di interessi diversi dai propri valori».
Pensa che il suo incontro con Mel Gibson possa rappresentare un messaggio positivo per il suo territorio, Tivoli Terme?
E perché?
<<Penso di sì.
La periferia viene associata a disagi, delinquenza, limitazioni.
Ci si dimentica spesso che proprio in contesti del genere ci sono tanti giovani sognatori: ragazzi pieni di vita, creativi sfrenati, talenti che aspettano in silenzio il loro turno.
Questa storia magari potrà ricordare a qualcuno che per creare qualcosa di bello non basta solo dargli fiducia, ma occorre creare spazi adatti dove possano esprimersi.
La cultura non può tutto, ma può davvero molto>>.
Dove sogna di arrivare con la sua arte?
E che consiglio darebbe a chi, come lei, coltiva un talento artistico?
<<Non ho un sogno preciso.
Spero solo di migliorare e di vivere esperienze impensabili.
E a chi, come me, coltiva un talento artistico auguro una sola cosa: di non farsi mai governare dalla paura, ma di abbracciarla come se fosse un’amica.
Aspettare il momento giusto non cambia la vita, credere di essere in grado di viverla pienamente, invece, sì.»





























