GUIDONIA – “Nella Rsa ho visto mia madre morire privata della dignità”

Lettera aperta di Maria Antonietta Paradiso di Santa Lucia di Fonte Nuova

Da Maria Antonietta Paradiso residente a Santa Lucia di Fonte Nuova, figlia di Eva Crognale, deceduta all’età di 81 anni il 15 febbraio 2026 presso l’ospedale “San Giovanni Evangelista” di Tivoli dopo 7 anni di ricovero in una Rsa, riceviamo e pubblichiamo:

 

“Ho deciso di scrivere questa lettera aperta con grande dolore, ma anche con il bisogno di riportare quanto ho vissuto.

Mia madre è stata ricoverata in una struttura dal 2019 fino al 14 febbraio 2026.

Il giorno dopo è deceduta.

Da quel momento vivo un dolore profondo e continuo, che a volte si trasforma in una rabbia difficile da contenere.

All’inizio avevo fiducia.

Vedevo attenzione, cura, rispetto.

Mi aggrappavo all’idea che fosse al sicuro, che fosse seguita.

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Poi, lentamente, qualcosa è cambiato. E per me è stato come assistere a un lento sgretolarsi della sua dignità.

Nell’ultimo anno, durante le visite, la trovavo spesso in condizioni che mi spezzavano il cuore: un’igiene non sempre adeguata, segni evidenti di trascuratezza, situazioni che come figlia non riesco ancora a dimenticare.

A volte era completamente bagnata di urina e, troppo spesso, non vedevo interventi tempestivi.

Ogni volta cercavo di far sentire la mia voce.

Segnalavo, chiedevo spiegazioni, chiedevo semplicemente che venisse tutelata la sua dignità.

Le risposte parlavano di difficoltà organizzative, di carenza di personale.

Ma io vedevo lei, la mia mamma, peggiorare davanti ai miei occhi.

A gennaio è arrivata la scoperta delle piaghe da pressione, già in stato avanzato, senza che io ne fossi stata informata prima.

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Solo dopo il ricovero ospedaliero per sepsi ho iniziato a comprendere la gravità reale della situazione.

Poi il suo peggioramento è stato rapido, inesorabile, fino alla sua morte.

Oggi mi porto dentro una domanda che non smette di farmi male: se si sarebbe potuto fare diversamente.

Se si sarebbe potuta proteggere di più, ascoltare di più, amare attraverso la cura quotidiana.

Per me non era un caso clinico.

Era mia madre.

Era la mia radice, la mia storia, il mio amore più grande.

E quello che ho vissuto resta una ferita aperta, profonda, che non trova pace.

La dignità di una persona fragile deve essere sempre garantita”.

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