Guidonia – Satire per bastonare datore e precariato. Così ha vinto il concorso delle donne

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Si definisce una ragazza istintiva, una che pensa un’idea e subito prova a realizzarla. E ci riesce pure. Alessandra Di Fazio, 32 anni di Guidonia centro, è fatta così, non a caso è la vincitrice della sesta edizione del concorso di poesia e narrativa “Le parole delle donne” organizzato dall’assessorato alla Pubblica Istruzione. La sua raccolta di poesie “Caricature di pensiero” le è valso il primo premio da mille 300 euro, davanti Nadine Giannone, 22 anni di Villanova, e a Mahsha Lashkari, 26, di Pichini, vincitrici rispettivamente di 700 e 500 euro. Ha superato le altre candidate con l’ironia, Alessandra, mamma e moglie a 20 anni, subito dopo aver conseguito un diploma magistrale all’Isabella d’Este di Tivoli, “rispolverato” sei anni fa, quando ha proposto un progetto di lingua inglese per le scuole materne del territorio che oggi le permette di portare a casa circa 8 mila euro l’anno facendo lezioni a Montecelio e Santa Lucia di Fonte Nuova.

Un lavoro letteralmente inventato dall’oggi al domani grazie a un corso di lingue fatto nel 2000 alla Callan School di Londra, dopo aver sposato il 5 aprile 1999 al Sacro Cuore Nazzareno Liberti, il 33enne manutentore della Prefettura, papà dei suoi due bambini, Gabriele di 13 anni e Raffaella di 10.
Di getto Alessandra ha tirato giù anche le 30 satire in tre giorni e tre notti, raccontando con ironia la sua vita di figlia, moglie, madre e di precaria. E pensare che è nato tutto per caso un giovedì di settembre, quando la mamma Patrizia, vincitrice della quarta e quinta edizione del concorso di poesie, le propose di accompagnarla al Protocollo generale del Comune. “Il termine ultimo – racconta – era lunedì, così mi sono messa al lavoro mettendo in rima la mia vita”.

 

Com’è nato il progetto di lingua inglese alla materna?
“Onestamente l’idea di lavorare per le scuole dopo il diploma non mi passava nemmeno nell’anticamera del cervello. Io addirittura volevo fare la parrucchiera, poi rimasi incinta molto giovane e grosse prospettive lavorative davanti a me non ne avevo con un bambino piccolo.
Avevo fatto dalla cameriera alla barista, dalla donna delle pulizie alla baby sitter fino alla cassiera in sala giochi. Un giorno mi sono detta, ho il diploma magistrale, la lingua inglese la conosco bene, vediamo se trovo un preside che mi apre le porte. Così nel 2007 il preside Mario Barghini visionò il progetto e ci credette. L’anno prima avevo lavorato come assistente agli alunni disabili a Bagni di Tivoli e quell’esperienza mi ha aperto nuovi orizzonti”.

 

Un bambino a che età impara l’inglese?
“Anche appena è in grado di parlare. Il processo è naturale, anzi i piccoli sono spugne, apprendono più velocemente degli adulti”.

 

I risultati del suo progetto?
“Ci sono e si vedono. Incontro genitori che mi dicono che i loro figli parlicchiano l’inglese, addirittura stanno avanti anni luce rispetto ai fratellini di terza o quarta elementare. Ovviamente le insegnanti seguono i programmi ministeriali, che però restano molto blandi e superficiali fino alla quinta. Per questo in quarta ancora devono imparare i nomi dei familiari, mentre i miei dell’asilo le sanno già a 4 anni”.

 

Per partecipare al concorso in tre giorni e tre notti ha scritto trenta satire. E’ così anche nella vita?
“Sono molto impulsiva. E’ possibile che stasera mi viene l’iniziativa di aprire un’attività e domani, se ho la possibilità economica, prendo in gestione un bar”.

 

E’ ironica su tutto?
“Se la vita non la prendevo in canzonella, in più di un’occasione sarei caduta in depressione”.

 

Oggi la donna è più forte e per questo può trasformare un dramma in una risata?
“Oggi la donna fa da donna e fa da uomo. Abbiamo voluto la parità dei sessi, quindi dobbiamo anche prenderci la responsabilità di ciò che abbiamo voluto. Io mi reputo maschilista, sono dalla parte dell’uomo”.

 

In che senso?
“Noi donne, quando ci fa comodo vogliamo la parità, poi quando ci troviamo a viverla allora sorgono i problemi: ci sentiamo sotto pressione, diciamo che l’uomo non ci aiuta, però non rinunciamo alla carriera  anche se abbiamo sposato un cardiochirurgo. Vogliamo tutto: essere mamme di tre bambini perché uno non ci basta, avere la villa con la piscina perché l’appartamento non ci basta, possedere la borsa di Guess perché quella di Carpisa non ci basta. E siamo anche in grado di ottenerle. La donna di oggi si sente più donna in carriera, io invece lavoro per un bisogno economico, perché coi 1.300 euro di stipendio di mio marito pagandone 600 d’affitto non si camperebbe.
Ma se avessi sposato uno ricco probabilmente non avrei lavorato o mi sarei accontentata di un part time, perché voglio godermi i miei figli, fargli fare i compiti, seguirli nella scuola, essere presente alla recita e al saggio. Nella vita devi fare una scelta senza mettere in croce l’uomo che hai vicino”.

 

Alessandra e il lavoro.
“Direi il lavoro e Alessandra: va plasmato su di me, soffro da morire quando mi viene a mancare la libertà”.

 

Alessandra e l’amore.
“Anche lì Alessandra è istintiva. Io ho avuto un solo uomo nella mia vita, mio marito: stiamo insieme da quando io ne avevo 14 e lui 15, ci siamo conosciuti al Sacro Cuore dove entrambe facevamo i chirichetti”.

 

Alessandra e i figli.
“Sono la mia vita, senza di loro non andrei da nessuna parte”.

 

Alessandra e Guidonia.
“Darei una bella ripulita alle persone che la abitano. Passano gli anni, è una città di 90 mila abitanti alle porte di Roma, ma c’è ancora tanta grettezza, tipica del paesino arroccato sulla montagna”.

 

Un esempio?
“Non ti puoi permettere di separarti da tuo marito perché quelli che fino a ieri ti salutavano oggi non lo fanno più”.

 

Dove ha imparato a rispondere con una risata?
“Non l’ho imparato: sono nata così”.

 

Mamma a 20 anni: una scelta o al grande amore si consente tutto?
“Una scelta, anche quella istintiva. Avevo appena finito le magistrali a luglio e a settembre rimasi incinta. Non rimpiango di averlo fatto perché mio figlio è la mia vita: io e Nazzareno cercavamo l’indipendenza e l’abbiamo ottenuta dopo 5 anni di fidanzamento.
La precarietà oggi più che una condizione sembra un modo di vivere sia nel lavoro che nell’amore.
Nell’amore è una scelta, ognuno vive la vita a modo suo. Nel lavoro è una condizione che ci viene imposta perché non c’è alternativa. Personalmente ho vissuto due generi di precarietà.
L’anno scorso lavoravo in un call center: è vero che venivo pagata tutti i mesi ma calcolavano anche quante volte andavi al bagno e ti controllavano se davvero eri in toilette oppure alla macchinetta per prendere una bottiglia d’acqua. Secondo loro ti dovevi alzare esclusivamente nel quarto d’ora di pausa, per questo ho intrapreso una causa attraverso il Caf di Villalba. La precarietà va pure bene ma se sfocia nello sfruttamento dell’essere umano diventa insopportabile e sfiori la depressione, ti alzi piangendo perché non vuoi andare a lavoro e quando a fine mese vedi in busta paga 290 euro per sopportare tutto questo sei tentato di mollare”.

 

Perché non farlo?
“Perché sai che le bollette corrono, l’affitto è da pagare, la spesa la devi fare, le scarpe sono da rinnovare. Così ragioni e temporeggi perché quei 290 euro ti servono e non li togli dallo stipendio del marito”.

 

Il momento più bello della sua vita?
“La nascita dei miei figli”.

 

Il più brutto?
“Proprio quando ho lavorato al call center. Ero diventata insopportabile, pazienza zero e scarsa stima di me stessa: quello fu il campanello d’allarme perché non ho mai dubbi sulle mie possibilità. E’ stato l’anno più brutto della mia vita perché ho perso il sorriso. L’ho riconquistato quando ne sono uscita”.

 

Il valore dei soldi?
“Sono maledetti perché ti trascinano in un vortice, se potessi li cancellerei: più ce ne hai e più ne vuoi, quando non ce li hai piangi, quando ce li hai sembra che non ti bastino”.

 

Come impiegherà i 1300 euro del premio?
“Se arrivano prima di maggio organizzo la comunione di mia figlia. Se arrivano dopo porto tutti in vacanza in Sicilia”.

 

Il valore più importante?
“La famiglia, se c’è vai sempre avanti, se sei solo se perso. Michail Aleksandrovic Bakunin disse: una risata vi seppellirà tutti. Il detto che conosco io è un altro: fattela ‘na risata che magari domani te risvegli sotto un cipresso”.

Marcello Santarelli

 

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