GUIDONIA - “Un calcio alla diversità”, lo studente sordo vince il contest “Scatti di atleta”

Diego Carlomagno, 14 anni, studente dell’Istituto “Volta” e bomber dell’Ocres Moca

Ama il calcio ed ha anche il vizio del gol: 12 reti messe a segno quest’anno nel Campionato Under 15 Provinciale.

Diego Carlomagno, 14 anni de La Botte, oltre ad essere un ottimo attaccante della Under 15 dell’Ocres Moca di Villalba, frequenta la prima D all’Istituto tecnico informatico “Alessandro Volta” di Guidonia.

Diego è un ragazzo non udente e come tale ha partecipato e vinto il contest “Scatti di atleta” organizzato per il secondo anno consecutivo dal Centro Culturale Asteria Milano all’interno del progetto di Educazione Civica – Sport e Teatro, aggiudicandosi una gif card per materiale sportivo da Decathlon.

“Un calcio alla diversità”, è il titolo dell’elaborato con cui Diego ha vinto il contest di scrittura sulle biografie di figure significative del mondo dello sport che si siano contraddistinte non soltanto per il talento atletico, ma anche per il proprio impegno a favore dei diritti sociali, umani e civili, raccontando una situazione, un accadimento, un incontro, un momento speciale delle loro vite.

“Quando la nostra professoressa d’Italiano ci ha proposto il concorso – racconta Diego Carlomagno – ho pensato a Mauro Grotto, atleta sordo di Vicenza.

Una persona solare e positiva. Ho scelto lui perché mi ha molto colpito il suo coraggio verso il calcio sia giocando con udenti che non, come faccio io: la sordità ci accomuna.

E’ un giocatore forte, caparbio e determinato, ha tanta passione come me ed è anche amico di mio padre. Io non mi aspettavo di vincere, all’inizio non volevo neanche partecipare, i miei genitori mi hanno convinto e dedico questa vittoria a loro che hanno sempre creduto in me.

Il giorno 19 Maggio ero assente per una visita medica e i miei compagni hanno iniziato a mandarmi dei messaggi sul cellulare con i complimenti.

Poi mi hanno inviato un videoCLICCA E GUARDA IL VIDEO del momento in cui dicevano il mio nome in diretta e ho sentito le loro urla di entusiasmo e di gioia, erano felici ed esultavano per me. Sono fortunato ad averli in classe, la mia prima D.

E’ stato come un lavoro di squadra e tutti insieme abbiamo fatto goal! Il mio grazie va ad Andrea Catini, assistente alla comunicazione L.I.S., che ci ha aiutati durante il collegamento a distanza con Mauro e alla professoressa Giulia Falone, per la loro presenza accanto a me a scuola…alla professoressa Francesca Rossi.

Senza voi tutto questo non sarebbe stato possibile”.

“Un calcio alla diversità – Storia di Mauro Grotto”: il testo vincitore del contest firmato da Diego Carlomagno come Capogruppo della prima D dell’Istituto “Volta” di Guidonia

E’ grazie a Diego, nostro compagno non udente, anzi, sordastro, che abbiamo visto il documentario “Il Rumore della Vittoria” e poi, incontrato on line Mauro Grotto, calciatore, uno dei protagonisti.

Cosa si può imparare da loro? Il coraggio, il sacrifico, la fiducia in se stessi. Guardare oltre l’ostacolo… Che gli occhi sono le tue orecchie, catturano il suono delle parole che non arrivano, le tue mani diventano bilingue e il tuo cuore non è sordo anzi, ascolta e accoglie.

LEGGI ANCHE  MONTEROTONDO - Pendenze fatte male, chiudono i campi sportivi appena ristrutturati

E allora, abbiamo provato a metterci un po’ nei suoi panni e siamo tornati bambini con lui, ai tempi della scuola elementare, chiedendogli quanto sia contato, il valore che lo sport ha avuto per lui. Mauro, vicentino, indossa la maglia azzurra rappresentando, in qualità di capitano, la Nazionale di calcio a 11 sordi.

Questo, il suo racconto.

Sono un sagittario. Segno di Fuoco. “Il fuoco dentro”. Irruento, impetuoso, passionale. Il grigio lo sento il mio colore, come sfumatura della mia vita. Né bianco né nero, a metà. Il mio parlare agli altri arriva e dà forza interiore a me mentre parlo a loro.

La nostra disabilità non viene molto considerata perché poco visibile, allora non esistono olimpiadi né paraolimpiadi per noi ma la manifestazione di giochi sportivi, i Deaflympics, a parte.

Quello che vorrei dire è che davanti agli ostacoli non ci si arrende, ma si trovano i mezzi per superarli e prendersi maggiori soddisfazioni.

Parte tutto da dentro di noi. Nè la mancanza dell’udito né i problemi cardiaci e nemmeno i medici hanno saputo fermare la mia passione, ho vinto scudetti. Il calcio è stato fondamentale e prima di tutto un insegnamento di vita.

Gioco da sempre, col pallone di cuoio tra i piedi e tante ginocchia sbucciate. Ho due genitori completamente sordi ed un fratello, più giovane di me, invece, udente. Io ho cominciato a non sentire più intorno ai nove anni.

Un trauma. Me lo porto ancora dietro…

Qualcosa che non si elimina ma si metabolizza e interiorizza, germogliando una vita nuova, diversa. Bisogna attraversare la tempesta, stare nel buio del silenzio che, se accolto, donerà ben altre luci. Il dolore toglie fiato, respiro, parole.

Ma poi arriva il momento in cui ti chiedi cosa farne per trasformarlo in altro, cercando di dargli un senso. Se ne accorsero le mie maestre.

Fu l’inizio di un incubo.

Sembrava che fossi un ragazzo disobbediente, perché non ascoltavo, non mi giravo ai continui richiami.

Note disciplinari.

Note su note.

Reiterati comportamenti irrispettosi e scorretti.

Dai primi controlli, non emerse nulla. All’ennesimo esame audiometrico, venne fuori anche per me. Stavo perdendo l’udito.

Mi ricoverarono, addirittura, per un paio di anni perché il calo era repentino e drastico e si cercava di capire cosa fosse successo.

Ti cade il mondo addosso. A quell’età non hai la percezione di quello che hai e che ti accadrà. Mia nonna, per proteggermi, per darmi conforto e consolarmi, mi diceva che sarei tornato a sentire, ma poi i dottori mi dissero la verità.

Da lì, lunghi percorsi terapeutici, non so se siano diventati matti gli psicologi a starmi dietro. Mi prepararono al nuovo mondo che mi aspettava.

All’inizio non volevo neanche l’insegnante di sostegno.

LEGGI ANCHE  TIVOLI - Città più green, una copertura a fotovoltaico sul parcheggio della “Mutua”

Oggi, se mi finiscono le pile, divento matto, un tempo portavo i capelli lunghi per coprirle, ma ora guai a non aver le protesi con me! Ricordo il giorno che i miei genitori vennero a scuola col tecnico che doveva farmi provare l’apparecchio… io non volevo che arrivasse mai quel momento.

Ricordo i miei compagni che, a turno, uscivano dalla classe.

Tutti, d’improvviso, avevano bisogno del bagno. Uno ad uno. Mille scuse per venire a guardare, curiosi, cosa mi stessero facendo. Li ricordo i loro sguardi. E la mia insofferenza che mi creava disagio.

Dal giorno dopo, mettevo le protesi sotto il banco e le tiravo fuori di nascosto, perché gli altri non vedessero. Per sentire. A ricreazione le toglievo. Il pomeriggio non le mettevo mai. Mi vergognavo. Il senso di vergogna.

Mi vergognavo di me, del mio esser così “diverso”. Gli altri guardavano l’apparecchio e non me in faccia.

Non me li dimentico quegli sguardi. Inquisitori verso le mie orecchie. Le mie orecchie. Non li sopportavo quegli sguardi. Sono rimasti impressi nei miei occhi. Sono sguardi che rimangono cuciti sulla pelle.

Manca una cultura.

Poi ci sono quelli che quando ti parlano, spalancano la bocca, labbra larghissime e, tutte le volte, mi sa di presa in giro.

E’ l’imbarazzo di chi non sa come interagire, che ha paura della stranezza di parlare con chi non sente. …Il calcio, sì, mi ha aiutato a vivere. A rapportarmi con gli altri. A condividere.

L’importanza di collaborare.

In quel rettangolo e nello spogliatoio mi sento uguale agli altri.

Questo mi ha spinto ad andare oltre, ad affrontare gli ostacoli sul cammino. Col cuore in mano e il vento in faccia. Lo sport salva e ti solleva da terra.

Quando gioco, di difficoltà ne ho trovate tante nel mondo udente, perché sono abituati a parlarsi, a chiamarsi e con me non possono farlo. Io posso usare solo gli occhi.

Giocando in mezzo al campo può essere un problema perché non ho la possibilità di avere la visuale a 360 gradi e i compagni non possono aiutarmi con la voce.

È capitato che qualche allenatore mi facesse uscire fuori dalla partita per togliere un peso e crearsi un’attenuante se la squadra stava perdendo.

Ma non ho mai mollato e sono sempre andato avanti con la passione, la determinazione ed il lavoro che, alla lunga, pagano, nonostante torti ed ingiustizie subite, anche gravi.

Per sopravvivere s’imparano molte cose e io ho affinato molto di più la vista. E ho sviluppato il sesto senso. Tutte doti che poi porto in campo.

La mia attenzione, la concentrazione, il riuscire ad anticipare le azioni, magari sono più lento nelle giocate perché non sento, ma riesco, comunque, a sopperire.

La diversità è una risorsa.

La bellezza dell’imperfezione che dà una spinta in più. Energia resiliente che accende il cuore”. CAPOGRUPPO DIEGO CARLOMAGNO

Condividi l'articolo:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.