Da re della pista a guida, il campione che ha condotto la Minetti al bronzo

La Minetti, guidata da Giocondi, ha messo a segno lo straordinario crono di 4’50’’55 durante la gara dei 1500 paralimpici classi T11 e T12. C’era sempre Giocondi a settembre ai XIV Giochi paralimpici estivi di Londra a festeggiare con la Minetti la medaglia D’altronde, Andrea è stato vice campione mondiale universitario nel mezzofondo e grande protagonista dell’atletica leggera italiana. Nato il 17 gennaio del 1969 a Tivoli ha inanellato una lunga serie di successi che ne fecero atleta leader tra il 1995 e il 1997, con una medaglia d’argento alle Universiadi, un settimo posto nei campionati mondiali di Goteborg, in Svezia, che gli valsero la partecipazione ai giochi olimpici di Atlanta, quelli del centenario.
Papà ex dipendente Alitalia, mamma casalinga, ultimo di tre fratelli, Andrea è sposato dall’età di 30 anni, ha due figli, Simone di 10 e Giada di sette, e fa l’istruttore d’atletica leggera al centro logistico delle Fiamme Gialle a Villa Spada.
Da atleta ha raggiunto grandi traguardi, ora ha portato la Minetti sul podio: le differenze con lo sport dei disabili.
Differenza nello sport non c’è, perché per entrambi si cerca di raggiungere il valore assoluto. Parlare di disabilità come un limite non è esatto perché quei ragazzi hanno dato prova di essere dei fenomeni raggiungendo livelli impressionanti. La differenza per me è che prima correvo per me e le emozioni erano individuali, potevo far bene o potevo far male ne valeva della mia prestazione. Mentre ora correndo da atleta guida sono più responsabilizzato a non commettere errori.
Il rapporto tra il paratleta e l’accompagnatore.
E’ di totale condivisione, perché dell’atleta devi conoscere i momenti deboli, le incertezze, la forza fisica, devi affinare tanti dettagli fino ad avere una condivisione e un sincronismo unici.
Giovedì 20, insieme alla delegazione azzurra, è stato ricevuto dal presidente Napolitano: cosa l’ha più commossa?
Mi ha toccato la presenza del presidente che per me, in un momento non certo felice per la politica, resta una figura istituzionale sopra le parti. Perciò stringergli la mano e ricevere una medaglia è stato emozionantissimo, toccante, sono arrivato ai massimi livelli da uomo più che da atleta.
L’aspetto più entusiasmante dell’avventura di Londra.
Ho avuto la fortuna di godere tutto di Londra, dal villaggio olimpico, dalla camera alla mensa, quello che non feci ad Atlanta dove sentivo la prestazione. A Londra sono andato più maturo, mi è piaciuto tutto, la cultura, la civiltà, il modo in cui siamo stati accolti: è stata una lezione di vita a 360 gradi del popolo inglese
L’aspetto più faticoso e stressante?
Sopportare la mia atleta, perché tutti i giorni ne aveva una, le saliva la febbre per il mal di gola, la febbre per il mal di testa, la febbre per il mal di pancia. La stessa emozione che nutriva lei, la nutrivo io ma non potevo caricarla di tensione, sentire lei che era totalmente in panne ha messo a dura prova la mia maturità.
Aneddoti anche spiritosi della gara dei 1.500?
Di spiritoso c’è stato veramente poco perché la tensione è stata alta. L’unico aneddoto spiritoso è che prima di partire ho indossato il pettorale gara, poi il giudice è venuto sulla linea di partenza e mi ha ridato il pettorale, io gli ho risposto che ce l’avevo. Mi ero talmente immedesimato come se dovessi correre io e scherzando ad Annalisa ho detto che avremmo fatto la fine del  Palio di Siena, col fantino appiedato e il cavallo che arriva da solo.
La Minetti ha un portafortuna?
Per se stessa sicuramente sì, ha primeggiato come bellezza, come modella, come cantante e come sportiva. Sicuramente ha grosse qualità.
Canta e vince, corre e mette record: è bella e brava, ma cos’altro ha per avere sempre successo?
(Ride) Ha una qualità impressionante, ha una grande determinazione dettata dal suo problema visivo, un problema che lascia dei traumi superabili o con la determinazione o con l’abbattimento. Lei ha fatto della prima la sua arma.
Perché Giocondi ha scelto la corsa?
E’ stato un caso. Nel 1980 mia sorella Assunta aprì la polisportiva di atletica leggera e mi portò a correre, poi dopo un po’ diventa una droga e non riesci più a farne a meno.
Quando s’è reso conto che poteva diventare un campione?
Nel 1984 guardando in tv le Olimpiadi di Los Angeles mi immedesimavo in quei campioni: erano sogni infantili, ma sapevo che un giorno sarei potuto arrivare lì. Poi le circostanze mi ci hanno portato davvero.
Corre per fuggire o per ritrovarsi?
Nessuno mi rincorre e non mi devo ritrovare. Corro perché la corsa è una metafora di vita, la metafora è che è molto più commodo in alcune circostanze stare sdraiati sul divano e far correre gli altri. Invece solo correndo nella vita, dandosi da fare, essendo propositivi anche aiutando gli altri che ci si sente gratificati: perciò non ho bisogno di cercarmi perché lo so quello che voglio fare, e nello stesso tempo non ho necessità di fuggire perché nessuno mi cerca per picchiarmi.
Correre allena il corpo, ma cosa dà allo spirito?
La soddisfazione più grande è fare il giro d’onore davanti a 80 mila persone: lo spirito in quel momento è gratificato più di qualsiasi bene materiale. Quando sei davanti a 80 mila persone, in mondovisione, sali su un podio olimpico altro che settimo cielo, lì sei in contatto con Dio.
Il pregio che si riconosce?
Lo dovrei far dire dagli altri, perché magari riconoscendomelo diventa presunzione.
E il difetto?
Sono testardo.
Quelli per cui gli altri la elogiano o la criticano.
Mi elogiano per l’amore con cui mi dedico alle cose, non lascio nulla al caso, vado fino in fondo. Mi criticano perché a volte do troppo e mi stresso.
Il giorno più fortunato della sua vita?
La nascita dei miei figli.
Quello più brutto?
Non ne ricordo.
Dove si allena?
Da atleta ad Ostia, le circostanze mi hanno portato a ricorrere con Annalisa, ma perché c’era lei, sennò riposavo perché sono pieno di dolori e non è il caso di istigarli. L’ultimo mese di preparazione per le Paralimpiadi ci siamo allenati al Terminillo o qui, sotto casa.
Anche a Pomata?
Sì.
Pomata è la strada degli incontri per antonomasia: di lavoro, d’amore e d’amicizia. E’ così anche per lei?
Per me ha rappresentato una strada di passaggio. Partivo da Villaggio Adriano, tagliavo su per i colli, passavo a Pomata e arrivavo fino al Medicus Hotel. Non mi ricorda nulla in particolare.
A chi deve dire grazie?
A tutta la mia famiglia che sopporta queste mie esuberanze giovanili. Mia moglie e i miei figli sentono a volte la mia mancanza e anche quando sono a casa e mi porto la stanchezza da fuori non è così facile essere attivi per loro.
In cosa crede?
Nelle persone, nella testa che le muove, nella motivazione che muove gli obiettivi. Si riescono a spostare anche le montagne.
Come passa i week end?
Generalmente il sabato al lavoro ad allenare a Villa Spada, ma la domenica in famiglia.
Il film che l’ha fatta sognare.
Andiamo sul banale? Momenti di gloria.
Il luogo che l’ha fatta sognare.
Da sportivo sicuramente Zurigo, gareggiai al meeting storico. Come uomo ogni circostanza che dedico alla famiglia.
Il sogno non realizzato.
Essere finalista alle Olimpiadi di Atlanta ‘96.
A 43 anni la vita da atleta com’è?
E’ attiva, perché faccio correre gli altri e per quel che mi riesce cerco di stare dietro agli atleti non vedenti. Cerco di trasmettere tutto quello che ho, sia fisicamente che come conoscenza, non solo ai campioni ma anche a chi vuol solo dimagrire.
Come vede il futuro?
Ho creato un’associazione che si chiama “Sei +” e il suo motto è “Più sai chi sei, più sei”: ovvero bisogna conoscersi per sapere  quello che sei. Tant’è che ci chiamiamo “Sei +” e non “Dieci e lode” perché a volte stare seduti sul divano, guardando le veline o il calciatore si guarda un falso stereotipo, quello del dieci e lode appunto. Se non si alza mai il sedere non solo non si arriva al dieci e lode ma si rimane frustrati, perciò puntiamo al sei più, quello che ci permetteva di finire l’anno scolastico: cominciamo a fare un po’ di moto e a essere propositivi nei confronti degli altri.

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