di Luca Pellegrini
Immaginate anche solo per un attimo di esserci voi lì, sul dischetto: sei reduce da più di 120 minuti estenuanti, a correre dietro ad un avversario che sembra sempre avanti a te e senza neanche rendertene conto ti ritrovi a dover calciare il rigore decisivo per la tua squadra, davanti ad una curva piena pronta a piangere o esplodere di gioia a seconda di come andrà .
I rigori sono crocevia di un destino crudele, una forzatura per mettere fine ad una partita che di trovare un vincitore proprio non ne vuole sapere. Dopo tutto il sudore versato, le tattiche studiate, le fatiche in allenamento per arrivare a quellāincontro nella maniera migliore possibile, tutto si cancella: ci sei tu, il pallone ed il portiere avversario; forse lāunico che comunque vada siĀ salva. Se pari sei lāeroe della serata, se non ci riesci puoi sempre sperare nellāerrore avversario e anche se dovesse arrivare la sconfitta la ācolpaā andrĆ sempre a chi il rigore non ĆØ riuscito a segnarlo.
Ormai siamo quasi abituati a vivere i rigori: sappiamo che può finire in qualsiasi modo e qualsiasi sia lāesito non hai rimpianti per la partita giocata fino a quel momento.
Bene, facciamo un salto indietro fino al 1968, anno in cui lāItalia vince quello che per ora ĆØ lāunico europeo in bacheca: gli Azzurri arrivano a quella edizione dopo la clamorosa eliminazione nei mondiali del ā66 per mano dei dilettanti della Corea del Nord. La voglia di riscatto dopo un fallimento di tali dimensioni ĆØ tanta (vi ricorda qualcosa?), ed infatti gli Azzurri riescono ad arrivare fino in semifinale: lāavversario della nazionale allenata dal CTĀ ValcareggiĀ ĆØ la temibilissima Unione Sovietica, vincitrice dellāedizione del 1960 e finalista in quella del 1964.
Lāincontro termina in paritĆ : 0-0, non cāĆØ modo di sbloccare la partita. Per il regolamento dellāepoca non ci sono i rigori: lāarbitro tedescoĀ TschenscherĀ chiama i due capitani negli spogliatoi, sarĆ una moneta da 100 lire a decidere la finalista anzi, due.
La prima, infatti, si infila in una mattonella dello spogliatoio e bisogna ripetere il lancio. Giacinto Facchetti, il capitano degli azzurri, sceglie testa per il secondo lancio e la sua scelta ĆØ vincente. Una volta uscito dal tunnel in festa, tutto lo Stadio San Paolo di Napoli può iniziare a far festa: lāItalia ĆØ in finale. Il doppio incontro con la Jugoslavia permetterĆ allo stesso Facchetti di alzare la coppa al cielo.
Scene di un calcio che non cāĆØ più, ma che per queste cose non rimpiangiamo affatto. Anche se, alla fine, i rigori possono anche rappresentare semplicemente un lancio altissimo di una moneta che non ne vuol sapere di cadere…






























