Dieci anni senza Amy Winehouse

La regina del Soul andandosene via in punta di piedi ha lasciato un pieno intermittente

Solo perché le classifiche sono un’offesa all’intelligenza storica potremo evitare di dire che Amy Winehouse è stata una delle più grandi cantanti del Soul mai conosciute prima. La sua vita piena di difficoltà fa il pendant tipico dello stereotipo del genio e dannato sul quale le narrative biografiche ci hanno lasciato altrettanti personaggi illustri.

La singolarità di Amy Winehouse, per cui oggi il ricordo deve – per così dire – carezzare l’animo, tocca innanzitutto un piano strettamente musicale. Raramente una cantante è riuscita con tanta naturalezza a giocare con gli armonici nelle sue difficile acrobazie vocali. Le canzoni da lei cantate possono essere ascoltate solo da lei. Lo stesso costrutto melodico se affrontato da altre, valentissime, portatrici di doti vocali, non riuscirebbero ad esprimere tutti i risvolti da lei affioranti con parente naturalezza.

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Il caso di Amy Winehouse a chi è in vena di digressioni metafisiche offre il campo per liberare ipotesi che trascendono il campo attuale della nota sonora per sconfinare altrove, nell’indicibile, in quella dimensione dell’ “Oltre” che trova sensatezza esclusivamente in determinate esperienze estetiche. E la sua è tra queste.

Oggi in un mondo falcidiato dal pensiero unico del coronavirus non si trovano le energie per gettare quel ponte e trascendere da una situazione data. Eppure la capacità del lascito artistico che ci ha dato riesce proprio in questo. Dimostrare che un mondo diverso, che sconfina anche dalle compassate regole della metrica e dell’intonazione necessariamente richieste dal canone musicale, sono possibili.

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