Tutte le competenze del nuovo ministero della Transazione Ecologica

Il nuovo ministero della Transizione Ecologica dovrà occuparsi di diverse competenze per far ripartire l’Italia anche con l’economia green

Ci vorrà tempo, per trasformare i diversi settori produttivi del nostro paese e le abitudini di ogni giorno, non mesi e anni, ma decenni, per una effettiva Transizione Ecologica che ha bisogno di competenze specifiche. Tanto è vero che il nuovo Governo Draghi, autodefinitosi ‘ambientalista’, ha concretizzato l’idea di un vero e proprio ministero della Transizione Ecologica, affidandolo al fisico Roberto Cingolani.

Servono competenze bestiali per la svolta green

Lo scienziato ha alle spalle un robusto curriculum che, dalla laurea in fisica all’Università di Bari, l’ha portato tra l’altro a dirigere il Iit (Istituto Italiano di Tecnolgia) e a diventare Chief Technology and Innovation Officer della Leonardo spa, azienda italiana attiva nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza. Le competenze dunque ci sono, anche perché lavorerà con altri due ‘pezzi forti’ nell’ambito dell’ecologia che va a braccetto della digitalizzazione, ovvero Enrico Giovannini, neo ministro delle Infrastrutture (ex presidente Istat e portavoce Asvis, Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) e Vittorio Colao (ex manager di lunga gittata), che si dovrà occupare di un’altra transizione, quella digitale. Tutti personaggi che erano stati chiamati in quella famosa Task Force voluta dall’ex premier Giuseppe Conte per evidenziare i progetti del piano per la ricostruzione post pandemia, appunto digitalizzazione, innovazione  e sostenibilità, progetti poi lasciati nel cassetto e che ora Draghi rispolvera in modo più mirato, dicono le voci.

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Mettere insieme le competenze come in un mosaico

Il problema più grosso del neo ministero della Transizione Ecologica è l’assorbimento delle competenze in maniera energetica di altri ministeri, in particolare quelle delle Sviluppo Economico e in parte quelle dei trasporti. L’impresa di Cingolani sarà probabilmente titanica, uno per scardinare le resistenze verso gli interessi fossili che hanno finora frenato il passaggio verso l’ottica sostenibile, due per accorpare le diverse strutture che storicamente si sono occupate (o non si sono occupate, a seconda delle versioni) dei tanti elementi legati alla Transizione Ecologica e che potrebbero soffrire di ‘sovrapposizioni’, ‘duplicazioni’ e incroci di competenze. Tanto più che il neoministro sarà anche a capo del costituendo Comitato Interministeriale per la transizione ecologica i quale, secondo alcuni, potrebbe pestare i piedi all’ex Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica), trasformato in Cipess soltanto poco più di un mese fa, il 1 gennaio 2021, aggiungendo una doppia esse nel significativo intento di arricchire le sue competenze anche in ambito di ‘sviluppo sostenibile’.

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Anche nel Ministero dell’Ambiente c’è un dipartimento di Transizione Ecologica

In realtà, di transizione ecologica già c’era/c’è uno specifico dipartimento all’interno del Ministero dell’Ambiente (di cui in pratica il nuovo dicastero della Transizione Ecologica è se vogliamo la versione riveduta e molto corretta): in che modo quelle esperienze, in termine di programmi e di risorse umane, saranno usate da Cingolani?  Stessi quesiti per lo sviluppo economico, il Mise, dopo ci sono dipartimenti per l’approvvigionamento, l’efficienza, la competitività energica, o per le infrastrutture e trasporti che gestiscono la mobilità sostenibile. Una pesante sfida, mettere insieme tutti questi tasselli in un equilibrato patchwork cui è destinato il 37% delle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) messo a punto da Conte ma in standby per le note vicende di crisi. Nella foto il giuramento di Cingolani (dal sito del Ministero dell’Ambiente).

 

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