Ambrogio, avverto un certo languorino…

In inglese si chiama food craving ma altro non è che il desiderio irrefrenabile per zuccheri e grassi

Voglia di zucchero

Si chiama “food craving” ed è la voglia irresistibile di ingurgitare zuccheri e grassi. Non si tratta di fame vera e propria ma del desiderio assoluto per qualcosa che soddisfi bisogni psicologici ed emotivi che nulla hanno a che fare con le esigenze dello stomaco.

Inconsapevolmente, durante la pandemia, molti di noi l’hanno conosciuta e sperimentata: il 41% degli italiani ha indicato questa spinta irrefrenabile verso zuccheri e carboidrati come principale causa del proprio aumento di peso nel periodo di  lockdown.

Volendo continuare con le statistiche, il 62% dei connazionali ha dichiarato di essere ingrassato perché ha condotto una vita più sedentaria a causa delle restrizioni, il 41% perché ha mangiato fuori pasto, il 27% perché ha mangiato di più durante i pasti. Abbiamo aperto i frigoriferi un po’per noia e molto per stress.

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Ma il food craving non incide soltanto sul girovita, produce in realtà effetti negativi soprattutto sulla neurochimica cerebrale, creando una dipendenza al consumo di alimenti ipercalorici e procurando vere e proprie crisi di astinenza. Per non parlare poi di gravi malattie come il diabete, l’ipertensione, l’ipercolesterolemia, l’obesità, le malattie cardiovascolari.

Tutto molto giusto ma la chimica, se da un lato viene in nostro aiuto innalzando il tono dell’umore, dall’altro non fa che alimentare (è proprio il caso di dirlo) meccanismi un po’ perversi.

È stato dimostrato che assumendo i nostri cibi preferiti produciamo endorfine, neurotrasmettitori che migliorano lo stato d’animo. La noradrenalina stimola l’assunzione del cibo, la serotonina garantisce  buonumore e sazietà, la dopamina regola l’equilibrio tra soddisfazione e desiderio di cibo.

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Gli alimenti ricchi di grassi aumentano appunto la produzione di dopamina, quelli infarciti di zuccheri stimolano la produzione di serotonina.

Che fare dunque? Dare un po’ più di spazio al cervello, o meglio a quelle parti responsabili della memoria, del piacere e della ricompensa.

Dire un no categorico al cibo che preferiamo, significa vivere di privazioni irrealistiche. Rinunciare sempre ad un alimento che si desidera non sembra la scelta migliore mentre gustarlo in alcune circostanze può diventare la carta vincente.

Per buona pace della bilancia e di un po’di allegria.

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