Marco Manetta è uno di quei calciatori che non hanno bisogno di troppe parole per farsi riconoscere: bastano i fatti, le prestazioni, il rispetto conquistato sul campo. A Barletta, oggi, il suo nome è diventato sinonimo di affidabilità, di sacrificio, di appartenenza.
Eppure il suo viaggio parte da lontano, da quei campi di periferia di Tor Lupara dove tutto ebbe inizio. “È lì che ho iniziato a sognare”, racconta, con negli occhi ancora quel riflesso di bambino che rincorreva un pallone. Poi il salto nelle giovanili della Lazio a soli 11 anni, i sacrifici, le prime responsabilità. Un percorso costruito passo dopo passo, senza scorciatoie.
Dopo anni trascorsi tra piazze importanti del professionismo, la scelta che sorprende: scendere di categoria, ripartire dalla Serie D. Ma non è un passo indietro, tutt’altro. È una scelta di cuore e di convinzione. Barletta non è una squadra qualunque, è una piazza che vibra, che trascina, che pretende. Undicimila persone sugli spalti, migliaia di abbonati, un calore che si sente sulla pelle.
“Volevo una sfida vera”, spiega Manetta. E quella sfida l’ha trovata. Anche a costo di rinunciare ad altre opportunità, come quella del Guidonia, e superando gli ostacoli legati al suo precedente contratto con il Picerno. Alla fine ha scelto di rimettersi in gioco, di mettersi alla prova ancora una volta.
Accanto a lui, sempre, la sua famiglia: la moglie Serena e i piccoli Gabriele e Ambra. Sono loro la sua forza silenziosa, il sostegno nei momenti di dubbio, la certezza quando la strada si fa più difficile. “La paura di sbagliare c’è sempre”, ammette, “ma ho creduto fino in fondo in questo progetto”.
E i risultati gli stanno dando ragione. Il Barletta vola, e lo fa poggiandosi su una difesa che è diventata un vero e proprio fortino. Ventitré clean sheet e la migliore difesa d’Europa, numeri che parlano chiaro e che raccontano molto più di qualsiasi parola. Dietro quei numeri c’è anche e soprattutto lui, Manetta, leader silenzioso e presenza costante.
Il futuro, per ora, ha un solo colore: il biancorosso. “il prossimo anno? Ancora qui, in Serie C. Poi si vedrà”. Parole semplici, ma cariche di significato.
E se è vero che nella sua carriera ha vestito maglie importanti come Messina, Taranto e Potenza, è altrettanto vero che a Barletta ha trovato qualcosa di diverso. Qualcosa che va oltre il calcio giocato. L’affetto della gente, la fiducia di una piazza, la sensazione di essere nel posto giusto al momento giusto.
Non dimentica però le sue radici, né le persone incontrate lungo il cammino. Un pensiero lo dedica anche al Guidonia: “Auguro loro il meglio, è una realtà ambiziosa. Conosco tanti ragazzi lì e faccio il tifo per loro”. Poi sorride e aggiunge: “Tranne quando ci incontreremo in Serie C”.
Perché in fondo il calcio è anche questo: scelte, legami, emozioni. E Marco Manetta, oggi, a Barletta non è solo un giocatore. È diventato una storia da raccontare.

































