Dimesso con la polmonite, muore dopo un calvario di 26 giorni

Le figlie denunciano: “Abbandonato sulla barella in pronto soccorso per una settimana”

“Ce lo hanno ammazzato come un cane, gli hanno tolto la dignità umana: mio padre stava male e loro se ne sono fregati”.

Sonia e Simona Pavoni sono le figlie di Aldo Pavoni, l’anziano di 83 anni deceduto nella serata di lunedì 17 febbraio al policlinico “Umberto I” di Roma a causa di una polmonite al termine di un calvario durato 26 giorni.

Aldo Pavoni tra le figlie Simona a sinistra e Sonia a destra

Una polmonite curata male dai medici dell’Umberto I, secondo le due donne che hanno denunciato il caso ai carabinieri della stazione Macao di Roma che dirigono le indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di piazzale Clodio.

Per fare luce sulla vicenda è stato disposto il sequestro delle cartelle cliniche e ieri, venerdì 21 febbraio, la salma di Aldo Pavoni è stata sottoposta ad autopsia presso l’Istituto di Medicina Legale del policlinico “Agostino Gemelli”.

I primi dubbi delle figlie sull’adeguatezza delle cure prestate all’anziano erano sorti già mercoledì 29 gennaio, quando Sonia e Simona Pavoni hanno presentato la prima denuncia ai carabinieri, raccontando il calvario del genitore in quel momento ancora vivo.

Tutto ha inizio l’8 gennaio scorso.

Aldo Pavoni, classe 1941, muratore in pensione con disabilità, da giorni è nella sua abitazione di Casal de’ Pazzi, periferia Est di Roma, con la febbre alta nonostante la terapia prescritta dal medico di base.

Condizioni che hanno preoccupato la figlia maggiore Sonia, 58 anni, manutentrice del verde presso il vivaio “Happy Garden” di Guidonia e soccorritrice volontaria 118.

Il Policlinico Umberto I di Roma: aperta un’indagine per accertare eventuali responsabilità mediche

E’ lei ad allertare i soccorsi, per questo Aldo viene trasportato su un’ambulanza del 118 al policlinico “Umberto I” di Roma.

Stando al racconto delle figlie, in pronto soccorso dopo gli accertamenti sanitari viene diagnosticata una polmonite ed Aldo viene ricoverato nel reparto di Pneumologia della I Clinica Chirurgica.

“Già durante questo primo periodo di ricovero – ha spiegato Sonia Pavoni ai militari dell’Arma – abbiamo avuto dei problemi col personale sanitario: in una circostanza, siccome non mi piacevano le condizioni di mio padre, mi rivolgevo ad un dottore chiedendo spiegazioni.

Ma di tutta risposta, prima mi informava che se non andava bene il modo in cui stavano curando mio padre potevo tranquillamente firmarne le dimissioni, poi che con le dimissioni non “era costretto a passare la patata bollente al medico che avrebbe montato nel turno successivo”.

Davanti a quella risposta del medico le figlie telefonano al 112 facendo intervenire una volante della Polizia di Stato.

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Trascorrono i giorni e martedì 21 gennaio Aldo viene dimesso dall’Umberto I, nonostante Sonia e Simona suggeriscano al personale di tenere il genitore ancora ricoverato.

Fatto sta che l’anziano torna nella sua abitazione di Casal de’ Pazzi e le figlie notano sulla cartella clinica la scritta “dimesso in condizioni mediocri” mentre alcuni valori non rientrano nella normalità.

Tant’è che l’indomani, mercoledì 22 gennaio, le condizioni del pensionato peggiorano di nuovo.

Per questo la figlia Sonia allerta di nuovo il 118 e per la seconda volta l’anziano viene trasportato in ambulanza al pronto soccorso del Policlinico Umberto I di Roma.

Al pronto soccorso Aldo rimane da mercoledì 22 gennaio a lunedì 27 gennaio, giorno in cui viene trasferito presso il Reparto Holding Area, un reparto di transito per l’attesa di posti letto.

Nei 5 giorni in pronto soccorso Aldo è stato sottoposto ad una visita specialistica pneumologica?

E gli è stata somministrata una trasfusione di sangue considerato che i valori dell’emoglobina scendevano continuamente?

Sono le domande delle figlie Sonia e Simona.

E’ la figlia maggiore a raccontare ai carabinieri di aver ricevuto una telefonata da una dottoressa della Holding Area dell’Umberto I alle ore 20 del 27 gennaio.

“Mi informava che nostro padre non stava assumendo comportamenti tranquilli, provava a togliersi la flebo, ad alzarsi dal letto continuamente e chiedeva se fossimo d’accordo ad una sedazione.

Sinceramente non ero molto propensa sia perché il pneumologo ci aveva in precedenza detto che non era il caso di sedarlo viste le condizioni in cui versava, ma anche perché noi della famiglia ci siamo sempre offerti di aiutare il personale sanitario a calmarlo senza ricorrere a queste tipologie di tecniche.

Però siccome erano le 20 di sera, mi sono dovuta fidare dei medici, dicendo di provvedere a fare ciò che meglio credevano”.

A spingere Sonia e Simona a presentare la prima denuncia sono i fatti avvenuti nel pomeriggio di martedì 28 febbraio.

Secondo quanto riferito ai carabinieri, verso le 16,15 il compagno della figlia minore va a far visita ad Aldo e trova l’anziano “in condizioni pietose: in posizione fetale, rannicchiato sul letto, senza mascherina dell’ossigeno, con gli occhi semi-aperti, in stato di incoscienza”, scrivono Sonia e Simona nella denuncia.

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A quel punto, in stato di agitazione, l’uomo chiede ai medici spiegazioni senza ottenerle e per evitare che la situazione degeneri si allontana dal Reparto e contestualmente chiama entrambe le figlie di Aldo.

La prima a precipitarsi è Sonia che nel frattempo allerta il 112.

Alle 18,20 arriva una pattuglia di carabinieri insieme ai quali la donna raggiunge il Reparto constatando che il genitore non è stato ancora visitato. A quel punto i militari invitano la dottoressa a visitare il paziente anche per tranquillizzare i familiari.

“Vedendo le condizioni di mio padre la dottoressa è rimasta attonita”, scrivono le figlie nella denuncia.

A quel punto si è attivato un Reparto intero, fornendo assistenza all’83enne. Il personale sanitario informa le figlie che Aldo ha una forte polmonite e che il quadro clinico è molto critico.

“Riteniamo – denunciano le figlie – che ciò che è accaduto a mio padre sia dovuto ad una forte negligenza da parte del personale sanitario che soltanto a seguito dell’intervento nostro e dei carabinieri si è attivato quando ormai la situazione era compromessa.

Soltanto dopo la querela presentata il 29 gennaio, Aldo Pavoni viene trasferito in Terapia Intensiva della quarta Clinica Chirurgica del Policlinico “Umberto I”, monitorato e con le cure necessarie e la giusta attenzione, in condizioni critiche a causa della pregressa situazione clinica.

Un’agonia durata 20 giorni fino alla serata di lunedì 17 febbraio.

Verso le 23, Sonia viene contattata da una dottoressa che la informa di un ulteriore peggioramento della condizione clinica del genitore. La donna corre all’ospedale, ma al suo arrivo al Policlinico alle 23,30 il padre è già deceduto.

“Sono sicura – sottolinea nella denuncia – che me lo hanno ammazzato, perché la mancanza di cure precedenti al ricovero in Terapia Intensiva hanno causato un tracollo delle condizioni cliniche e, probabilmente, se fosse stato ricoverato in Terapia Intensiva una settimana prima poteva avere possibilità di guarigione”.

Ad accertare eventuali responsabilità mediche sarà l’esito delle indagini condotte dai carabinieri.

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