di Francesca Romana Severini
I sogni, molto spesso, non spariscono: si spostano.
Restano lì, in fondo a vecchi cassetti, illuminati abbastanza da farci compagnia, ma non abbastanza da spingerci davvero a prenderli in mano.
Così finiamo per chiamarli “progetti”, “idee” o, più semplicemente, quei famosi “prima o poi”, mentre la vita scorre e impariamo silenziosamente a convivere con ciò che avremmo voluto essere e con quello che abbiamo scelto di rimandare.
A fermarci, molte volte, è la paura: di non essere abbastanza, di fallire, o forse il timore che immaginare certi sogni sia più semplice che viverli davvero, accettando una realtà imperfetta ma viva.



La vita che desidera non la osserva da lontano, Tiziana Civitani, classe 1984, arrivata a Guidonia insieme alla famiglia all’età di sei anni, ex studentessa di Ragioneria dell’Istituto tecnico “Leonardo Pisano”.
Cantante della band “Ladri di Carrozzelle”, protagonista a Sanremo nel 2017 e da nove anni volto fisso su Rai 2 nel programma “O anche no”, Tiziana ha costruito il suo percorso dentro la musica, ma anche oltre.



La moda, il parapendio, i viaggi, le esperienze vissute senza troppi freni: non semplici parentesi, ma modi di stare al mondo e attraversarlo fino in fondo.
Dentro questo percorso c’è anche una disabilità presente fin dalla nascita, parte della sua quotidianità e della sua storia personale, ma non la sua storia intera.
È uno dei tasselli che la compongono, come accade a ciascuno di noi con le nostre esperienze: frammenti che ci attraversano e ci modellano, senza però definirci completamente.
Perché, alla fine, ciò che resta davvero non è ciò che siamo sulla carta, ma il coraggio con cui scegliamo di vivere la nostra vita.



Tiziana, come nasce la sua passione per la musica?
«Sono sempre stata legata al mondo artistico.
Da bambina sognavo di diventare ballerina: amavo il palco e tutto ciò che fosse movimento.
Poi mi sono avvicinata al disegno.
Alle superiori ho scelto Ragioneria all’Istituto Pisano solo ed esclusivamente perché l’Istituto d’Arte di Tivoli, all’epoca, non era accessibile a causa delle scale.
La musica è arrivata quasi per caso.
A dodici anni mio fratello Massimiliano portò a casa una tastiera.
Ne era gelosissimo.
Io e mia sorella Barbara la suonavamo di nascosto quando lui non c’era», racconta sorridendo.
«All’inizio cantare mi faceva quasi repulsione.
Un giorno però, spinta da mia sorella, ho provato.
Mia madre Giulia mi sentì e capì subito che avevo qualcosa.
È stata lei, grande appassionata di musica, a spingermi a studiare canto>>.



Sua madre è stata quindi una figura fondamentale nel suo percorso artistico?
«Assolutamente sì.
Mi ha fatto iniziare subito con un’insegnante privata.
Ho studiato canto finché economicamente mi è stato possibile.
Sono cresciuta in una famiglia piena di musica: mia madre cantava, mio padre si divertiva a suonare la tastiera, anche se diceva di essere stonato.
Era un modo per stare insieme>>.
Come è proseguito il suo percorso nella musica?
«Ho iniziato nel coro della chiesa.
All’inizio ci andavo per passione, poi le persone hanno iniziato a notarmi.
Ricordo che mi chiedevano di cantare ai matrimoni, una volta persino l’“Ave Maria” di Céline Dion.
Pensavo di non esserne capace, invece ci sono riuscita.
È lì che ho capito che dietro ogni risultato non c’è solo talento, ma anche tantissime ore di studio, soprattutto quando si canta in lingue diverse.
È un equilibrio tra memoria, tecnica e capacità di lasciarsi andare>>.
Cosa rappresenta per lei il canto?
«Cantare è qualcosa di viscerale.
È un’urgenza che parte da dentro e arriva agli altri.
Quando le persone riescono a percepire quello che trasmetti, capisci che stai facendo qualcosa di piccolo, ma importante>>.
Quando ha capito che la musica poteva diventare un lavoro?
«Mai», dice ridendo.
«È successo gradualmente. Vivere di arte oggi è difficile e non so per quanto potrà essere il mio lavoro.
Per ora è una cosa bella e me la godo>>.
Quando è entrata nella band “Ladri di Carrozzelle”?
«Li vidi a una festa a Palombara Sabina.
Erano sul palco e mi colpì tantissimo vedere questi ragazzi in carrozzina che cantavano e suonavano.
Mi avvicinai al fondatore, Paolo Falessi, e gli chiesi, in modo abbastanza diretto, se cercassero una cantante.
Feci il provino ed entrai nel gruppo.
Poi ci siamo persi e ritrovati negli anni, ma quell’incontro è stato fondamentale>>.
Da anni siete ospiti fissi nel programma Rai “O anche no”. Che esperienza è per voi?
«Il progetto è nato grazie alla determinazione della giornalista e autrice Paola Severini Melograni.
Ha un’attenzione molto forte per le tematiche sociali e ha creduto nel nostro lavoro.
È un’esperienza bellissima, ma anche impegnativa.
Ogni settimana prepariamo brani nuovi. È una grande soddisfazione vedere che un sogno nato con fatica oggi abbia uno spazio fisso in televisione>>.
Che significato ha per lei la parola inclusione?
«È una parola abusata.
La vera inclusione arriverà quando non servirà più chiamarla così.
Se devo “includerti”, significa che ti sto già considerando diverso. Le barriere più difficili non sono quelle architettoniche, ma quelle mentali.
Per questo con la mia band portiamo avanti lo “Scuola Tour”, progetto promosso dall’Istituto per il Credito Sportivo, andando nelle scuole a sensibilizzare su questi temi>>.
Lei vive di concerti.
Quanto incidono le difficoltà negli spostamenti?
«Moltissimo.
Ancora oggi muovermi in autonomia è complicato, in alcuni casi impossibile. Non esistono servizi adeguati e spesso bisogna dipendere dagli altri o pagare per esercitare un diritto fondamentale: quello di spostarsi liberamente.
È una lotta continua, perché ogni volta che costruisci qualcosa hai paura che venga meno: per i fondi che finiscono, per l’attenzione che cala, per le priorità politiche che cambiano>>.
Quanto è importante il sostegno delle persone che ha vicino?
«Le persone davvero importanti fanno la differenza.
La mia famiglia è stata fondamentale.
Da cinque anni ho anche un altro tipo di amore, quello di coppia. Alex vive a Bergamo: ci siamo conosciuti parlando poco alla volta, ma il suo modo di essere buono e generoso mi è arrivato subito.
Quando ho capito chi era davvero ho pensato: “Non devo farmelo scappare, anche se vive lontano”.
Ci organizziamo tra aerei e viaggi. È bello amare e sentirsi amati per ciò che si è>>.
Nel corso degli anni ha vissuto esperienze molto diverse tra loro: dal diventare fotomodella nel 2025 per la mostra “Le Marianne d’Italia – Il coraggio delle donne”, alla Camera dei Deputati, fino al lancio in parapendio durante la manifestazione annuale “Tutti in Volo”.
Cosa la spinge ogni volta a mettersi alla prova?
«Credo che nella vita si debba provare tutto.
Non so se dipenda dal fatto che la mia disabilità mi abbia tolto accesso ad alcune cose o semplicemente dal mio carattere, ma mi sveglio ogni giorno pensando che questa vita me la devo mangiare.
Non voglio arrivare alla fine con rimpianti, ma poter dire: “Davvero ho fatto tutto questo?”. Vorrei viverla ancora più intensamente, anche se la società non sempre lo rende facile>>.
Le è stata assegnata anche un’onorificenza allo “Standout Woman Award”, cerimonia svolta alla Camera dei Deputati che valorizza ogni anno donne, uomini e aziende distinti per etica e impegno sociale.
Che valore ha avuto per lei?
«Un orgoglio immenso.
Non potevo crederci>>.
Mi racconti un momento in cui si è sentita invisibile e uno in cui si è sentita vista.
«Mi sono sentita vista nel 2017 con i Ladri di Carrozzelle, quando abbiamo aperto l’ultima puntata del Festival di Sanremo: sei in Eurovisione, non credo ci sia modo migliore per essere visti», dice ridendo.
«Anche al Concerto del Primo Maggio 2018, quando dopo il “Ciao Roma” senti il boato del pubblico.
Invisibile, invece, a scuola, dove spesso venivo presa in giro. Oggi fa quasi sorridere vedere le stesse persone guardarmi in TV mentre faccio il lavoro che amo>>.
Cosa vorrebbe restasse di lei tra quarant’anni?
«Vorrei essere ricordata non per essere un esempio, ma per essere stata d’ispirazione per qualcuno>>.
Spesso la televisione invita persone con disabilità per parlare di inclusione, ma a volte sembra venga sottolineata più la condizione che la persona.
Le è mai capitato di percepire una forma di inclusione che in realtà diventava un’etichetta?
«Spesso, parlando di disabilità, si cade in due estremi: pietismo o eroismo.
A me personalmente non è mai successo, perché non lo permetto. Non sono un caso da compatire né un supereroe.
Sono un essere umano che fa del proprio meglio con ciò che ha, e per questo devo essere vista prima di tutto come persona>>.
Quali sono i suoi progetti futuri?
«Io e la mia band saremo al Social Tour nella serata di domenica 24.
Inoltre, prossimamente, sarò testimonial di un progetto dell’ENAC, l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, che punta a migliorare l’accessibilità nei viaggi aerei per le persone con disabilità.
È bello poter promuovere ciò in cui si crede davvero>>.





























