Vince il bando, ma deve insegnare l’inglese “in nero”

una certezza definita sul compenso finale e così dopo l’ennesimo appello ha deciso di lasciare. Ora come primo risultato, il corso per cui molti genitori avevano versato 50 euro è stato interrotto. Una vicenda che ha destato e continuerà a destare polemiche.
A raccontare dall’inizio come sono andate le cose è Alessandra Di Fazio, insegnante precaria residente a Guidonia, che a settembre dello scorso anno aveva presentato un progetto per l’insegnamento pomeridiano della lingua inglese nelle sezioni della materna all’istituto comprensivo Pirandello di Santa Lucia.
«A fine ottobre – spiega la giovane insegnante – mi hanno contattato dalla scuola per dirmi che avevo vinto un bando di gara per l’insegnamento della lingua inglese. Io avevo presentato il mio progetto, ma non ero a conoscenza del bando che poi ho visto sul sito internet. Si proponeva di destinare 20 ore minimo a sezione per un totale di 11 sezioni. Dunque 20 ore a sezione per 11 fanno un totale di 220 ore che potevano crescere fino a un tetto massimo di 240 ore. Il mio compenso orario doveva ammontare a 30 euro lorde  quindi si parlava minimo di 6.000 euro lordi».
L’insegnante accetta l’incarico e si mette a disposizione della scuola. «Ho incontrato i genitori in tre incontri per spiegare le tappe del progetto – prosegue Alessandra Di Fazio – Sono stata messa al corrente che l’intero corso sarebbe stato pagato dai genitori che sceglievano di aderire all’iniziativa e che avrebbero verserato alla scuola 50 euro per ogni figlio. Ho ottenuto una lista di iscritti con 164 bambini paganti per un totale di 8.200 euro che sarebbero stati versati alla scuola e dai quali la avrebbe trattenuto più di duemila euro per sé».
Non c’è una data prefissata per il corso e le cose vanno un po’ per le lunghe. Comunque lunedì 7 gennaio, subito dopo le feste, il corso ha inizio nella scuola di via Appennini. «Mi sono ritrovata a gestire 32 bambini in un’ora sola – dice ancora l’insegnante – bambini che fanno parte di 3 sezioni diverse ma la dirigenza li ha accorpati in modo da farmi fare meno ore e poter risparmiare denaro. Infatti 3 sezioni equivalgono a 3 ore pagate a 30 euro l’una, ossia 90 euro. Ma 1 ora con 32 bambini di tre sezioni a me rendeva solo 30 euro. Comunque non ho fatto polemiche e ho cercato di gestire al meglio i piccoli alunni. Ho preparato 32 book, mi arrivano i registri, inizio a insegnare e addirittura ottengo nuove iscrizioni, perché i bambini parlano entusiasti con i genitori e si sparge la voce. Poi mi reco in via Campania per 4 ore il giovedì e 3 ore il venerdì. Anche qui mi uniscono 2 sezioni, risparmiando ulteriori soldi e facendo scendere la mia remunerazione. Alla fine mi ritrovo comunque a lavorare 11 sezioni, ma avendomene accorpate 3 è come se ne lavorassi 8. Infatti la segretaria mi spiega poi che così si arriverà a 160 ore, dunque il guadagno per me scendeva a 4.800 euro lordi. Qui ho iniziato a obiettare, perché calendario alla mano ho dimostrato che alla fine le ore totali sarebbero comunque state 203. Ma mi sono sentita rispondere che le ore della recita non sarebbero state pagate, che le avrei dovute offrire gratuitamente e comunque non potevano darmi la possibilità di svolgere 200 ore».
Per qualche giorno la situazione rimane in sospeso, ma poi Alessandra ha la conferma che non arriverà mai al budget che aveva preventivato. «Il 24 gennaio ho detto al preside che non avrei proseguito il corso, se entro fine mese non mi avessero presentato un contratto con le ore da fare e la retribuzione ben definita – spiega ancora l’insegnante – ma lì ho capito che non c’era niente da fare. Mi sono sentita rispondere che non potevano darmi garanzie e mettere per iscritto queste cose, perché non sapevano quanti soldi sarebbero entrati alla fine del corso dai genitori. Avevano paura che qualcuno si sarebbe ritirato prima o che non avrebbero pagato la quota. Ho provato a chiedere un anticipo e mi hanno detto che non avrebbero potuto darmi più di 400 euro e il resto entro un mese dalla fine del corso, ossia a luglio. Così a malincuore ho dovuto abbandonare il progetto. Troppa incertezza, non posso lavorare fino a giugno e gestire 164 bambini senza avere un contratto con scritto quanto percepirò e quando lo percepirò. Lavoro da 7 anni nella scuola e mi sono adattata a tutto, ma qui siamo davvero oltre. Voglio raccontare questa storia, perché voglio spiegare ai genitori come sono andate le cose. Prima di indire bandi e dare incarichi, bisognerebbe avere i soldi in tasca. Io se non posso pagare qualcuno non gli vengo a far fare i lavori dentro casa mia».

 

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