In morte di Alessandro Castellaccio

La fine del quarantenne obbliga i tiburtini a riflettere sul clima che si vive a Tivoli

Tivoli è sempre stata una realtà litigiosa. I motivi sono tutti da comprendere, ma fin dai tempi della vecchia Pretura i casi di scazzottate, risse, liti tra vicini di casa erano all’ordine del giorno.

La morte di questo quarantenne deve però impone una maggiore vigilanza nei luoghi di ritrovo dove questi episodi accadono. Insieme al gruppo omicida la cui aggressione ne ha determinato la morte, deve essere indagato il rapporto che i tiburtini hanno con la comunità romena.

Il caso raccontato dalle cronache è esemplare. Una discussione che finisce alle mani. Il romeno ha la peggio, ma a suo sostegno arrivano i solidali da bar. Il fatto accaduto domenica 18 giugno in pieno centro.

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Si deve anche capire come la frattura di tre costole, del setto nasale, della mascella e della mandibola insieme all’emorragia cerebrale possano aver causato il decesso rilevato dai medici dell’Umberto Primo venerdì 23.

Ora l’aggravante alla morte di Alessandro Castellaccio sarebbe quella di coprire l’intera vicenda con una difesa omertosa. Il romeno, che ha iniziato questa escalation di violenza, dichiara di non conoscere i suoi compari intervenuti in eccesso di sua difesa.

Oltre un lutto, Tivoli deve registrare manifestazione omertosa e una miriade di problemi non risolti. Prima fra tutti il ricorso troppo ripetuto a una giustizia spicciola, da strada.

Ma la dinamica reale dell’accaduto dovrà essere svelata anche dalle testimonianze dirette di coloro che hanno visto. Una rissa non può essere passata in osservata tanto più in pieno centro.

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Dare dignità alla Città dell’Arte e alla morte violenta di un suo figlio vuol dire anche voler fare chiarezza fino in fondo sulle cause che l’hanno determinata e sul clima di intimidazione vissuto nella sua società.

(Angelo Nardi)

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