Addio Salvatore Veca!

Ha inventato l’ “utopia ragionevole”

Se il nostro paese fosse arrivato ad avere una “coscienza nazionale”, quella stessa invocata da Antonio Gramsci un secolo, fa oggi saremmo a salutare la morte a settantasette anni di un filosofo italiano che ha contribuito a svecchiare il dibattito politico del secondo dopoguerra e proprio nella fase più cruenta della contestazione e degli anni di piombo.

Diversamente da tanti cattivi maestri Salvatore Veca riteneva si dovesse partire dal concetto di giustizia e dalla capacità distributiva nella realtà effettuale. Il suo insegnamento parte dalle analisi di John Rawls, ma in effetti deve molto al dibattito creato negli Stati Uniti con la scuola del Neo pragmatismo di Hilary Putnam.

A ben vedere la questione è antica. Parte dal primo libro della Repubblica di Platone ma nelle molte pagine di elaborazione del filosofo romano, ma docente a Pavia, il problema della giustizia è affrontato sul binario che vede da una parte il tema dell’intuizione e della necessità, dall’altra quello della capacità di far distribuire questa nozione in termini di diffusione concreta.

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Al di là dei suoi scritti teorici, Salvatore Veca ha lavorato per il prestigioso periodico Aut Aut, avendo il coraggio di dirottare il dibattito politico culturale della sinistra accesa di quegli anni fuori dai confini segnati dal Partito Comunista Italiano e dalle sue pubblicazioni e il suo potere nell’editoria italiana. È forse per questo che il suo nome e cognome non appare come riconosciuto al pari di tanti altri soggetti maggiormente mediatici e presenziali nel nostro dibattito.

La nuova direzione di pensiero alla quale Veca soffermava la sua attenzione guardava quindi al tema centrale dell’equilibrio del soggetto nei suoi rapporti economici e di forza nel contesto vissuto e come la questione della soggettività fosse preminente alle considerazioni altisonanti sulle grandi dinamiche economiche e sociali. Saltò totalmente il problema tra riformismo e rivoluzione dirottando invece sul focus dei problemi e su come i contesi di appartenenza e di rispondenza dei bisogni nel contesto vissuto fossero invece la centralità da riprodurre in una miriade di condizioni.

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Veca vedeva nell’etica un campo applicativo che non doveva passare in secondo piano, rispetto alle grandi questioni più dibattute su scala generale: la crescita economica, la ricchezza condivisa, il livello e possesso di beni … Questioni di etica che potevano proiettarsi su scala generale e globale. In tal senso l’ “utopia ragionevole”.

Nei nostri giorni i temi del globalismo e le loro ripercussioni nel sociale avevano invece ribaltato totalmente il suo modo di affrontare i problemi. Ma chi è cresciuto con le sue pagine in quella lontanissima rivista Aut Aut lo serberà sempre nel cuore.

Gli sia lieve la terra.

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