Quando la poesia in dialetto diventa arte: Ched’è? Ched’è?

La presentazione dell'ultima opera in poesie di Alessandro Moreschini "poeta in dialetto, non dialettale"

La presentazione di un libro di poesia che diventa arte: un monologo, un piccolo teatro, una chitarra. Lunedì sera l’associazione Circol@perto ha presentato così a Castel Madama “Che d’è? Che d’è?”, l’ultima raccolta di poesie di Alessandro Moreschini, poeta e scrittore castellano, adottato da Tivoli.

Un poeta a tutto tondo che si dice “orgoglioso di essere anche poeta in dialetto, non dialettale di una comunità come Castel Madama il cui linguaggio sia pure a distanza di secoli , possiede ancora vigoria, la vitalità e le peculiari virtù di trasmettere suggestioni, sensazioni e segmenti di vera poesia e di storia al lettore”

Il libro era stato editato un anno e mezzo fa, nell’inverno 2020, in piena pandemia. Un’uscita in sordina, ora riproposta. Gli organizzatori hanno scelto 15 poesie tra le 60 della raccolta.

Durante la presentazione Alessandro Moreschini ha letto le sue poesie. Anacleto Lauri ha finto di essere Alessandro che ragionava sulle sue poesie, prima o dopo la loro composizione, recitando un monologo scritto da Pino Salinetti. Giancarlo Iori ne ha musicate alcune.

A chiusura del monologo-presentazione Pino Salinetti, maestro e già sindaco, si è addentrato su alcuni aspetti delle poesia di Moreschini. “Il sonetto “Poeta”, contiene forse la più bella metafora della raccolta”, ha detto. “Esse poeta è sinti ju dolore / de chi abbèta la tribulazione” esprime efficacemente l’idea che Alessandro Moreschini ha della poesia: il poeta per essere tale non deve avere tanto una perizia formale, linguistica, quanto sensibilità umana”, ha spiegato.

D’altra parte Alessandro Moreschini definisce la sua poesia “esistenziale”; per lui la poesia è un mezzo per indagare la condizione umana, per riflettere sulle angosce così come sui momenti di serenità, per cercare di cogliere il senso del vivere.

Moreschini ha sempre avuto come riferimento il poeta esistenzialista Eugenio Montale, l’autore di Ossi di seppia, premio Nobel per la letteratura. Anche in questa raccolta vi sono diversi chiari riferimenti a Montale, rielaborati secondo la visione della vita di Moreschini.

“Ricordo soltanto due metafore riprese entrambe da Meriggiare pallido e assorto”, ha spiegato Salinetti, “La prima, il muro di cinta dell’orto assolato, con in alto cocci aguzzi di bottiglia, che non si può aggirare né scavalcare, metafora della condizione di incomunicabilità, che tiene isolati gli uomini.

“In Moreschini il muro di cinta insormontabile diventa una “nebbia cinerina, paccuta comme ‘na macèra che m’arrebbela da demani a sera”, sempre a raffigurare l’isolamento, l’impossibilità di comunicare e di superare la condizione di infelicità.
La seconda è il raggio del sole che in Montale abbaglia, ma non dà luce e speranza, bensì acceca e stanca. Diversamente, “vardenno fissu ‘u sole”, Moreschini ha un’illuminazione che gli fa ricordare quanto dicevano gli anziani: il senso della vita sta nell’avere fede in Dio.

Montale di famiglia borghese, laica e individualista è chiuso nel suo pessimismo; Moreschini, di famiglia contadina e cattolica parte dallo stesso “male di vivere” per poi trovare nel mondo contadino e nella fede una via d’uscita all’incomunicabilità e all’infelicità”.

Tiburno riporta integralmente la critica all’opera elaborata da Salinetti.

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“Moreschini è un poeta bilingue, scrive poesie in italiano e in dialetto. Le composizioni degli ultimi anni e questa in particolare sono in dialetto, perché il dialetto è stata la sua lingua materna, quella che lo ha accompagnato nella prima parte della vita, fino all’adolescenza. Anni duri, difficili da un punto di vista materiale, segnati dalla povertà, dalla guerra e poi dal tramonto della società contadina che, dagli anni ’50 nel giro di pochissimo tempo, è stata smantellata, scalzata dal boom economico, dalla fuga dalla campagna per andare a lavorare nell’industria e nei servizi, dal consumismo che ha sostituito l’autoproduzione.

Il dialetto castellano è rimasto soltanto una lingua parlata perché Castel Madama per un millennio è stato sempre un paese di contadini poveri, che non avevano i mezzi per studiare.

Dopo il 1870 con l’Unità d’Italia e durante il Ventennio fascista, qualche figlio e figlia di contadini ha frequentato le prime classi delle elementari, dove veniva insegnato l’italiano, mentre il dialetto era considerato una “malerba” ed era proibito perfino parlarlo, pensate se si imparava a scriverlo.

Per questo motivo nessuno ha mai scritto testi in castellano, i primi sono stati le poesie di Alessandro Moreschini, scritte negli anni ’60 e ’70 e pubblicate nel 1983 nella raccolta “Cuturuni cuturuni pe lla pallatana”.

Perché nel 2020 insiste ad usare ancora il dialetto? Non siamo fuori tempo massimo?
No, pensa Moreschini, e noi con lui. Quella lingua, quella cultura, quella comunità di parlanti, ha ancora qualcosa da dire, se abbiamo orecchie per ascoltarla.

Poesie che fanno un bilancio di una vita e di 80 anni di storia.
Mai come in questa opera “Ched’è? Ched’è?” Alessandro Moreschini parla di sé, ormai anziano, e dello stato di turbamento e di smarrimento della vita odierna, facendo continui riferimenti al passato.
E’ come se facesse un bilancio della sua vita e, insieme, un bilancio degli ultimi 80 anni di storia del nostro paese.

Moreschini ha vissuto da bambino la durezza, la povertà, le fatiche della società contadina castellana.
Poi ha vissuto i decenni del boom economico e dell’affermazione della società industriale e dei servizi. Lui stesso è stato impiegato e ha lavorato a lungo a Roma.
Negli ultimi anni vive le angosce di una società globale al collasso: crisi economiche, crisi ambientali, pandemia e ora, la guerra. Certo queste poesie sono state composte prima dell’aggressione della Russia all’Ucraina, ma essa è strettamente connessa a tali crisi, al “pantemoniu che rendonda la dì e la notte”, all”addore forte de bruciatu che affumica onne sponda”, alla “nebbia cinerina paccuta comme ‘na macera”, a “’stu munnu struppiu senza atruju che vene scirichenno a ccapu jone”.

Moreschini in certi passaggi assomiglia a Pier Paolo Pasolini, poeta e critico severo dell’industrializzazione del nostro paese. Pasolini era di estrazione borghese, cantava una campagna e un mondo contadino idillico, incantato, epurato da fatiche e privazioni, letterario piuttosto che reale.

Moreschini no. Moreschini sa cosa significhi essere contadino povero, ha conosciuto gli aspetti più negativi di quel passato: le forti disuguaglianze, la miseria, la sottomissione, la guerra, così come ha conosciuto gli aspetti positivi dell’industrializzazione. Primo fra tutti la possibilità che gli ha dato di studiare, di emanciparsi attraverso il leggere e lo scrivere, di accedere alla conoscenza del sapere teorico e non soltanto del sapere pratico, esperienziale.

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Moreschini non è un nostalgico del tempo che fu, non dice “si stava meglio quando si stava peggio”. Ma mette il dito nelle contraddizioni e sofferenze di oggi e lascia capire che momenti di serenità e di speranza gli vengono soltanto da antiche pratiche.

POESIE PER IL FUTURO
Moreschini nelle sue poesie ci racconta come riceva conforto da piccoli gesti, che erano connaturati alla vita dei contadini: osservare i cicli della natura, porsi in ascolto e in comunicazione con piante e animali, coltivare avendo rispetto per la terra, costruire con le proprie mani e il proprio ingegno, avere cura delle cose, procedere con lentezza, essere tenaci ma miti, pazienti e prudenti.

Apparentemente piccole cose… in realtà proprio ciò che oggi ci serve per avere futuro.
Nel 1994 Alex Langer, insegnante, eurodeputato, pacifista e ambientalista, diceva: “Credo che il primo e fondamentale messaggio ecologico è semplicemente quello di una vita semplice, di una vita che consumi poco, di una vita che abbia grande rispetto di tutto quello con cui abbiamo a che fare, compresi gli animali, comprese le piante, comprese le pietre, compreso il paesaggio, cioè tutto quello che ci è stato dato in prestito e che dobbiamo dare agli altri”.
E aggiungeva:
Vi propongo di essere più lenti invece che più veloci, di andare più in profondità invece che più in alto, di agire più dolcemente invece che con più forza, con più muscoli. Con questo motto “più lenti, più in profondità, più dolcemente” non si vince nessuna battaglia frontale, però forse si ha il fiato più lungo”.

Un po’ come la formica di Alessandro che per prima arriva “alla cimata”.

Moreschini fa un bilancio della sua vita e degli ultimi 80 anni di storia e le conclusioni sono pessimistiche: oggi, sotto tanti punti di vista, stiamo peggio dei nostri nonni contadini. Le differenze sociali sono più forti, si sono rotti i legami di solidarietà tra le persone e non vi è più un rapporto armonico tra uomo e natura.

Se vogliamo avere un futuro, come persone e come umanità, dobbiamo ricercare un nuovo equilibrio tra società contadina e società industriale.
Moreschini ci indica una strada che non è il ritorno al passato, non è la rassegnazione alle ingiustizie sociali, alle prepotenze, all’abbandono della campagna.
La strada che ci indica è quella di recuperare quanto quella storia ci può dare per affrontare le sfide del futuro: la solidarietà e la giustizia sociale, la sobrietà, una vita semplice in armonia con la natura e con gli altri.

La poesia di Alessandro denuncia le storture del presente e valorizza le cose positive del passato. Ravviva la speranza. Il suo canto è consapevole e impegnato, quanto esteticamente bello e colto. Per questo lo ringraziamo”.

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