BAGNI DI TIVOLI – La storia di Roberto Menci, il “papà” dell’Albula

Dalla missione di togliere i ragazzi dalla strada all’amore per la famiglia

di Francesca Romana Severini

Ci sono legami che, una volta creati, diventano indissolubili.

Legami così forti da non avere alcun punto di distacco tra noi e loro.

Eppure, nonostante la forza del sentimento, non presentano alcun tratto di tossicità. Forse perché in essi c’è soltanto la naturalezza del riconoscersi, dell’appartenersi, del sentirsi parte di qualcosa.

Sono legami nei quali non è possibile fingere o interpretare un ruolo perché ci mettono a nudo.

 

A destra, Roberto Menci con la maglia della società Albula di Tivoli Terme

 

Questo è ciò che è accaduto a Roberto Menci con la società sportiva Albula di Tivoli Terme, della quale è stato prima giocatore e poi vicepresidente e presidente per 40 anni.

In quell’ambiente Roberto aveva trovato il suo posto e, gli aveva dedicato anima e cuore.

La sua scomparsa, avvenuta lo scorso 20 giugno, ha lasciato un vuoto profondo in tutti coloro che hanno condiviso con lui un tratto di strada: nel lavoro, nella vita e nello sport, dove molti dei suoi ex ragazzi continuavano a chiamarlo semplicemente “Papà”.

 

Enrico Menci ed Erminia Del Cioppo, i genitori di Roberto Menci

 

Nato a Bagni di Tivoli il 5 marzo 1941, Roberto proveniva da una famiglia umile. Il padre, Enrico, toscano di origine, lavorava come scalpellino, mentre la madre, Erminia Del Cioppo, era bagnina presso lo storico stabilimento delle Acque Albule, le attuali Terme di Roma.

 

Roberto Menci insieme ai fratelli più piccoli, Mario e Maria Luisa

 

Quando, nel dopoguerra, il padre si ammalò, toccò a Roberto rimboccarsi le maniche per contribuire al sostentamento della famiglia e dei fratelli più piccoli, Mario e Maria Luisa.

 

Roberto Menci alle Terme

 

Iniziò così a consegnare il pane prima di andare a scuola e, terminata la quinta elementare, lavorò senza sosta: dapprima come marmista nel laboratorio di travertino della ditta Giardini, poi da Manetti, fino a riuscire, anni dopo, a fondare una propria azienda insieme al socio Principi.

La fatica non lo spaventava mai.

Dedicava al lavoro almeno dodici ore al giorno e curava ogni dettaglio con estrema precisione.

Era un uomo onesto e corretto, soprattutto nei confronti dei clienti.

 

Negli anni Novanta Roberto Menci in visita da Papa Giovanni Paolo II

 

Lo considerò sempre un grande onore essere stato ricevuto, negli anni Novanta, da Papa Giovanni Paolo II, che lo ringraziò, insieme ad altri piccoli imprenditori, per i lavori di rivestimento realizzati nei bagni, sui pavimenti e sulle scale di alcuni uffici del Vaticano.

Ma se il travertino rappresentò il suo punto fermo, l’Albula fu la scintilla della sua vita.

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La sua casa.

La sua missione.

Si avvicinò al calcio nel settembre del 1955, nel ruolo di centrocampista, grazie all’indimenticabile presidente della società, Giancarlo Ferrari.

Da quel momento quella maglia divenne la sua seconda pelle.

Vinse diversi campionati e il suo unico grande rammarico rimase quello di non essere mai riuscito a segnare al portiere Franco Conti.

Non lasciò mai l’Albula e, con il passare degli anni, quel rapporto si rafforzò sempre di più.

Anche sul campo era come nella vita: grintoso, diretto, autentico e appassionato.

Giocava con fame agonistica, ma senza mai perdere il rispetto per l’avversario, che puntualmente abbracciava al termine della partita.

Quando smise di giocare divenne prima vicepresidente e poi presidente della società.

Fece suo il progetto avviato da Giancarlo Ferrari: togliere i ragazzi dalla strada e offrire loro uno scopo, un obiettivo.

Insegnare la disciplina, ma anche l’emozione di quei novanta minuti.

Non voleva soltanto allontanarli dai pericoli: voleva farli sperare, regalare loro un sogno.

Durante il periodo della sua vicepresidenza, inoltre, la scuola calcio era gratuita e le spese venivano sostenute direttamente dalla società.

Per questo, fino alla fine, ha lottato affinché l’Albula fosse per tutti non soltanto una squadra, ma una vera famiglia.

Festeggiava ogni fine campionato, faceva sentire il proprio affetto anche durante le trasferte e rimaneva accanto ai suoi ragazzi nei momenti più difficili della loro vita.

Il suo obiettivo era creare un luogo dove crescere insieme, senza sentirsi giudicati e, soprattutto, senza lasciare indietro nessuno.

La sua presenza era forte e la sua figura non passava inosservata.

Quando era già entrato nella dirigenza, molti tifosi, prima ancora di acquistare il biglietto per assistere alle partite dell’Albula, chiedevano se ci fosse “il Roscio”.

 

Roberto Menci col figlio Cristiano e il nipote Simone Cavallo

 

«Rimaneva impresso a tutti – racconta il nipote Simone Cavallo – perché ogni volta, a trenta minuti dalla fine della partita, si aggrappava alla rete e iniziava a urlare contro l’arbitro, intimandogli di fischiare».

La stessa passione la metteva anche quando seguiva la sua amata Roma.

«Una volta, durante una partita di Coppa, continuava a prendersela con Totti. Ripeteva: “Lo devono togliere!”, “Ma che sta a fa’?”.

Era un continuo.

Poi, all’improvviso, Totti segnò il gol della vittoria e zio Roberto, come se nulla fosse, esclamò: “Io l’ho sempre detto che era un fenomeno!”», racconta Simone divertito.

Anche in famiglia Roberto Menci era così: caloroso, rassicurante e sempre presente.

 

Roberto Menci e il fratello Mario

 

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L’amore viscerale che provava per i fratelli era qualcosa di difficile da spiegare, soprattutto quello per Mario, scomparso prematuramente a soli quarantanove anni.

Con lui condivideva la passione per l’Albula, essendo stato anche Mario un calciatore della società.

Roberto non nascose mai di aver continuato a convivere con quel dolore.

Voleva che l’Albula restasse un punto di riferimento anche per mantenere la promessa fatta al fratello e custodire tutti i ricordi felici insieme.

 

Roberto Menci e la moglie Marisa Massei

 

Nel 1972, a trentun anni, sposò Marisa Massei, che allora ne aveva appena diciannove.

Dal loro matrimonio nacquero Amanda, oggi cinquantenne e impiegata alla Mercedes, e Cristiano, quarantottenne, titolare di un’impresa di onoranze funebri, con il quale condivise la grande passione per il calcio.

 

 

 

 

 

 

Menci con la moglie, figli Amanda e Cristiano, la nuora Silvia e i nipoti Alessio e Gaia

 

Anche Cristiano, infatti, ha vestito la maglia dell’Albula.

Il loro era un rapporto fortissimo, ma ben distinto nei ruoli.

«Quando entravo in campo ero un giocatore, a casa ero suo figlio.

Oggi alleno i portieri della Rappresentativa Nazionale della Lega e questa passione me l’ha trasmessa lui.

Con la sua scomparsa è andata via non solo una parte di me, ma anche una parte della mia vita.

Il ricordo più bello?

Quando ha saputo della gravidanza di mia moglie.

Amava profondamente i suoi nipoti, Gaia, che oggi ha dodici anni, e Alessio, che ne ha sette», racconta Cristiano.

Così come aveva costruito all’Albula il senso della famiglia, cercava di riproporlo anche in casa. Desiderava che ogni ricorrenza fosse trascorsa insieme, soprattutto il Natale.

«Da quando si è ammalato è stato difficile.

Mia sorella Amanda ha avuto un ruolo fondamentale: è sempre stata presente, sacrificando talvolta anche la propria vita. Tutti noi gli siamo rimasti accanto, perché è stato un bravo padre, un bravo marito, un bravo nonno e, soprattutto, una splendida persona».

E forse il modo più bello per ricordare Roberto sarà vedere continuare a vivere ciò in cui ha sempre creduto: il valore delle persone, l’allegria e la capacità di esserci per gli altri.

Il suo insegnamento rimarrà nei ragazzi che ha accompagnato, nelle persone che ha aiutato e in tutti coloro che, dentro e fuori dal campo, hanno avuto la fortuna di conoscerlo.

Perché il segno lasciato da una persona non si misura solo da ciò che ha fatto, ma da tutto quello che continua a vivere negli altri anche dopo la sua assenza.

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