Dopo la nascita della loro figlia si sarebbe trasformato.
Il compagno amorevole avrebbe lasciato il posto ad un uomo dai comportamenti aggressivi e violenti durati anni, a volte anche davanti alla piccola.
Per questo ieri, lunedì 14 settembre, il Tribunale di Tivoli ha condannato in primo grado a 7 anni e 7 mesi di reclusione Damith N. P., imprenditore cingalese di 39 anni, per maltrattamenti e atti persecutori, violenza sessuale, rapina e violazione degli obblighi di assistenza familiare nei confronti della ex moglie e della figlia.
Il Collegio presieduto da Cristina Mazzuoccolo – a latere le giudici Camilla Amedoro e Lucrezia Turriziani Colonna – ha condiviso la ricostruzione della Procura di Tivoli, ma ha scagionato l’imputato dall’accusa di lesioni personali aggravate in quanto estinto per intervenuta prescrizione.
Secondo la ricostruzione dei magistrati, tutto è iniziato nel 2018, quando la moglie denunciò l’imprenditore.
Dopo 7 anni di processo il Tribunale di Tivoli ha ritenuto Damith N. P. responsabile di almeno 4 capi di imputazione.
Innanzitutto di maltrattamenti iniziati da febbraio 2014 e proseguiti anche dopo la fine della relazione, anche in presenza della figlia nata 12 anni fa.
Le giudici hanno creduto al racconto della moglie circa le continue vessazioni fisiche e psicologiche, le offese e le denigrazioni, i rapporti sessuali non consenzienti ai quali la 40enne sarebbe stata costretta.
Un incubo proseguito anche dopo che la donna lasciò la casa di Campagnano, dove tra febbraio e marzo 2016 in diverse occasioni sarebbe stata costretta a subire atti sessuali.
In aula la donna ha riferito che, nonostante il rifiuto, il marito l’avrebbe schiaffeggiata dicendole che era sua moglie e poteva fare quello che voleva, fino a palpeggiarla e ad abusare di lei.
Ieri Damith N. P. è stato condannato anche per rapina.
In particolare, il 21 luglio 2017 nell’abitazione di Campagnano l’uomo avrebbe aggredito la moglie alle spalle, facendola cadere in terra, colpendola con calci alla schiena e gridandole: “Dammi mia figlia, io ti uccido”.
Non contento, l’avrebbe afferrata per il collo sbattendole la testa sul pavimento più volte fino a lasciarla a terra priva di sensi e a quel punto lui si sarebbe impossessato di gioielli in oro della donna, della tessera bancomat e di altri effetti personali.
Infine l’imprenditore cingalese è stato riconosciuto responsabile di essersi sottratto agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà genitoriale, facendo mancare i mezzi di sussistenza alla figlia e omettendo di versare qualsiasi somma.
Il Tribunale di Tivoli ha condannato il 39enne all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e in stato di interdizione legale durante la pena.
Le motivazioni della senza saranno depositate entro 30 giorni.































