A trent’anni dall’assassinio mafioso di Borsellino

“Il giudice-martire” volle mettere la sua vita come posta per la continuazione della lotta contro Cosa Nostra

Tre decenni di indagini, rivelazioni, di pentiti, dubbi e certezze, ci dicono che dietro la lucida follia criminale di Totò Riina c’erano gli invisibili. Un potere che non è stato ancora contaminato. La messa a morte di Borsellino, ad appena cinquantesette giorni dalla morte di Falcone, doveva dare un messaggio al mondo per dire chi contava. E il messaggio fu dato. Una protervia criminale che contava sul fatto di aver decapitato la lotta alla mafia con le due esecuzioni sommarie ai loro principali nemici: Falcone e Borsellino, per l’appunto. Come se dopo di loro non sarebbero arrivati sostituti, non ci fosse sempre la macchina inesorabile dello Stato. Ma in effetti il loro lavoro era insostituibile. Borsellino ebbe il coraggio di chiedere ai carabinieri di riesumare il dossier “Mafia e appalti”. Le ricostruzioni riportano che proprio quel fascicolo avrebbe portato alle premesse che avrebbero portato alla Tangentopoli milanese. Anche quella di Borsellino è una narrazione ancora non condivisa e che difficilmente potrà far parte di una Storia condivisa. Le tesi per cui la trattativa governo-mafia iniziò da una sostanziale capitolazione dello Stato oppure che in verità era sempre stata intrecciata con le cose non scritte del nostro paese. Un “eroe italiano” come Borsellino andava stretto in questo schiacciamento di ruoli.

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