Monterotondo – Secondo appuntamento del “Corso di Formazione all’impegno politico e sociale”

Il tema trattato è starto il connubio tra ecologia e lavoro

Ecologia e lavoro. È stato questo il tema del secondo incontro del “Corso di Formazione all’impegno politico e sociale” organizzato venerdì 19 novembre a Monterotondo dall’Ufficio della Pastorale Sociale e del Lavoro della Diocesi di Sabina Poggio Mirteto.
I due relatori, Monsignor Domenico Pompili, Vescovo di Rieti e Amministratore apostolico di Ascoli Piceno, e il professor Francesco Petracchini, ricercatore del CNR per gli ambiti della Qualità dell’Aria, della Mobilità sostenibile e delle Fonti Rinnovabili, si sono confrontati sul tema tanto urgente quanto preoccupante della tutela dell’ambiente, anche alla luce del recente fallimento sull’intesa mondiale per la decarbonizzazione alla Cop26 di Glasgow.
«La situazione è complessa, siamo arrivati a un punto di non ritorno». Parte da una disanima della realtà l’intervento del professor Petracchini. «Il cambiamento climatico ci ha inserito in un percorso da cui è difficile tornare indietro. Dobbiamo imparare a gestire quello che è già stato emesso ed evitare di peggiorare ulteriormente la situazione. Purtroppo a Glasgow le cose non sono andate bene, la decarbonizzazione è ancora lontana, ma ci sono anche aspetti positivi di cui tenere conto.
L’Europa e l’Italia hanno preso degli impegni che li pongono come esempio a livello mondiale per la lotta al climate change».
«Il problema dell’Alta Sabina è lo spopolamento conseguente all’urbanizzazione. – osserva il Vescovo Pompili – L’urbanizzazione crescente ha spopolato i piccoli borghi e i paesi di montagna. Questo pone un problema anche di natura ecologica, perché la vita di città dipende dalle risorse che arrivano dai territori più periferici e se questi non vengono presidiati, i danni si ripercuotono su tutti. Bisogna ricostruire dei nuclei sul territorio capaci di svilupparsi nel tempo. Per esempio,
l’acqua di Roma viene da sotto il Monte Velino, e se non si ricostruiscono le zone colpite dal terremoto, i danni si ripercuoteranno anche sulla capitale».
La domanda posta ad entrambi è cosa si possa fare di concreto a livello locale. «È giusto investire in infrastrutture digitali – continua il Vescovo Pompili – ma gli investimenti devono essere indirizzati tanto alla città quanto alla montagna. Non bisogna però investire sulla montagna in senso nostalgico, con un mordi e fuggi che sembra solo voler ‘ricostruire dei presepi’. Serve un nuovo patto sociale, quasi un contratto tra i centri urbani e le parti più interne del territorio e questo
patto deve avere una natura paritetica».
«Non è certo un problema di risorse – osserva il professor Petracchini – Oggi c’è una grande disponibilità economica per l’ambiente. Manca però la capacità di realizzare dei progetti a livello locale su cui investire queste risorse. I soldi sono già pronti, ma non sempre c’è nelle amministrazioni locali la capacità di usarli». La strada da percorrere è quindi in questa direzione.
«Bisogna riscrivere un patto tra gli amministratori, i tecnici e i cittadini. – continua il ricercatore del CNR – L’obiettivo è riscoprire le aree interne, con le amministrazioni locali chiamate ad agire maggiormente in sinergia con il mondo della ricerca, mentre i cittadini dovrebbero farsi protagonisti di una spinta dal basso. Spesso sono proprio loro a rifiutare i cambiamenti di vita necessari per trovare soluzioni ecologiche. Non servono progetti calati dall’alto, bisogna fornire alle persone la corretta informazione per comprendere l’importanza del cambiamento che si richiede loro».
«I cittadini devono fare uno scatto per trasformarsi da energy consumers a energy producers, secondo quel termine oggi in voga di “prosumers”. – condivide il vescovo di Rieti – Le cose possono cambiare solo se da parte della base si avrà la consapevolezza che non succede tutto sopra le nostre teste, ma ciascuno di noi può fare la differenza. Non c’è spazio per la
deresponsabilizzazione. D’altronde per anni abbiamo inseguito un modello di progresso che ha tenuto conto solo della quantità, dei risultati misurati dal PIL, oggi invece siamo chiamati a ripensarci in un’ottica di sviluppo, dove si tiene conto di tanti elementi e al cui centro c’è la persona. Non è un caso che i goals dell’Agenda ONU 2030 siano 17, non c’è solo il dato
economico, anche la qualità della vita conta».
«Il tema della gestione dei rifiuti a livello locale è determinante – rilancia il professor Petracchini – la transizione ecologica senza una corretta economia circolare che la sostenga non è realizzabile. Ecco perché dobbiamo imparare a riutilizzare più a lungo le materie che abbiamo a disposizione, investendo in questa direzione».
«Nessuno se la cava da solo – conclude Monsignor Pompili – lo abbiamo imparato ancora di più durante la pandemia. Tutto è interconnesso, le interdipendenze costituiscono il modo di agire a tutti i livelli, ma così aumentano esponenzialmente i fattori di rischio per l’uomo, come successo con il coronavirus. Ecco perché dobbiamo andare verso un’ecologia integrale, dove la questione ambientale non si riduca al solo pianeta terra, ma tenga insieme i tre elementi necessari per costruire il bene comune: terra, casa e lavoro».
Sul clima siamo in ritardo, è vero. La buona notizia è che possiamo recuperare, e anche rapidamente. Dipende dalle nostre amministrazioni e dal contributo di ciascuno di noi.

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Ramiro Baldacci

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