CR7 rifiuta il rigore a suo vantaggio

L'arbitro fischia il penalty a suo favore ma lui lo invita ad andare a rivedere. Si tratta di vera onestà?

Rifiutare l’immeritato vantaggio assegnato da erronea valutazione arbitrale. Sembra una chimera, un’idea astratta e illusoria. Ma è successo. Proprio ieri a Cristiano Ronaldo che attualmente gioca in forza nell’ Al-Nassr ha chiesto all’arbitro di andare a rivedere bene le immagini del VAR, perché il rigore che aveva assegnato a vantaggio della sua squadra per un fallo a suo danno non era vero. La squadra gioca in Champions League dell’Asia e in verità si era già qualificata, prima della partita a Riyadh dove si è celebrato il “gran rifiuto” sull’accettazione del calcio di rigore.

Tutti sanno che Cristiano Ronaldo a trentotto anni e più di venti di carriera ai massimi livelli non ha più niente da dimostrare. Ebbene, ha dimostrato invece che di nuovi traguardi ce ne sono sempre. E il suo è stato quello della confutazione per un trattamento di favore indebitamente assegnato.

Il finale di risultato, per chi non molla sul dato agonistico, è dello zero a zero. Gli avversari iraniani del Persepolis non erano proprio temibili.

L’arbitro cinese Ma Ning ha dimostrato di saper rivedere i suoi giudizi dati in modo chiaro, netto, perentorio come sa e deve dare un arbitro. Ed è una cosa che per chiunque non è facile anche davanti l’evidenza. Il Persepolis si è salvato.

La questione della possibilità di confutare la tesi di un arbitro che va a proprio favore è stata tematizzata in sede calcistica. Si tratta di un dibattito da accademia, si dirà. Nessun calciatore che si vede assegnare un penalty a favore della propria squadra per un’irregolarità non ritenuta tale dirà mai all’arbitro dell’errore di valutazione. Ma, come già detto il caso fu proposto, proprio in sede di certame dialettico in una Domenica Sportiva di tanti anni fa. Sottoposto a domande incrociate dei cronisti, fu Roberto Boninsegna, al tempo attaccante dell’Inter. Boninsegna disse serenamente che, in caso di decisione erronea a vantaggio della sua squadra per una falsa valutazione di un fallo a suo danno, non avrebbe fatto alcun riferimento all’arbitro dell’errore. Questo innanzitutto perché avrebbe significato far fare una brutta figura alla persona che è l’arbitro. E poi perché durante alla partita ciascuno è sottoposto a giudizio. E il giudizio di per sé va al di là dell’errore. E questo non vale solo da parte del pubblico. Vale anche per l’arbitro. Il giudizio fa parte dell’alea competitiva della partita. È parte integrante del gioco del calcio. L’arbitro è esso stesso elemento del gioco. Il parere del giocatore non può minimamente derogare da questa realtà. Significherebbe, se accettato, che la decisione potrebbe spettare alla pletora di giocatori che finirebbero per giudicare sé stessi.

IN quel tempo però non c’era il VAR. Con questo convitato di pietra dentro al gioco del calcio ci si chiede allora a cosa serva l’elemento umano giudicante.

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