Riforma della Giustizia, a pezzi e in saldo

Il dibattito ristagna su sé stesso

Il batti e ribatti sulla riforma del sistema giudiziario senza arrivare alcun risultato nel nostro paese dura da trenta anni.

Da un anno ci è chiesto esplicitamente dall’Unione Europea perché la lentezza dei processi rallenta la crescita economica. È una delle condizioni per cui sono state concesse le risorse del PNRR.

Ma come avviene, sempre da trenta anni, il rumore non produce alcunché. Il progetto di riforma Cartabia ha creato uno psicodramma per ritornare tutti ai blocchi di partenza del botta e risposta. In un twitt è Carlo Calenda ad uscire allo scoperto. Prendiamo la sua dichiarazione scritta e la riproponiamo perché essendo persona a conoscenza dei fatti riesce a dare un quadro che i notiziari non danno. Il leader di Azione così descrive la condizione del dibattito tra governo e magistratura:

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Se rinvii a giudizio Delmastro minaccio di ripresentare la separazione delle carriere”.

Con questa versione appare una condizione ben diversa di rapporti tra i due assi portanti del nostro sistema costituzionale: quello esecutivo e quello giudiziario. Una tesi che sconfessa la grande maggioranza di ingenui per cui questa situazione di conflitto paralizzerebbe il funzionamento del paese. Secondo questa versione (si insiste) il panorama sarebbe ben peggiore. Magistrati e politici sarebbero come i ladri di Pisa di dantesca memoria che litigano al giorno per concordare di notte le loro malefatte. Una versione totalmente diversa da quella ripetuta sugli organi di informazione che però produce lo stesso effetto: la paralisi.

Ma dalla paralisi non si esce con una petizione di principio. Come in un corpo ammalato tenuto in vita dalle macchine (debito pubblico e altri indebitamenti derivati dall’Europa) serve una terapia forte. Potrà arrivare solo dal sopraggiungere di una cultura riformista che metta da parte i padrini per riconoscere le cose da fare e riconoscersi in questo impegno.

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La riforma della giustizia è il primo e vero obiettivo. I processi penali finiscono con la metà delle persone dichiarate innocenti. Le cose sono due, o gran parte di loro sono colpevoli e si sono lasciati impunemente liberi di operare. Oppure sono ed erano innocenti. Però per la durata del processo e per i loro anni avvenire gli si è rovinata la vita. Tutto questo non deve accadere.

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