FONTE NUOVA - Bastonate e calci con le scarpe antinfortunistiche alla compagna

Il 41enne cameriere italiano condannato dal Tribunale di Tivoli a 9 anni e 3 mesi per maltrattamenti, lesioni e stupro

Gli insulti erano una routine. I pestaggi selvaggi si ripetevano ogni tre o quattro giorni con bastoni, spranghe di ferro, coltelli da cucina, oggetti di arredo.

E per procurarle ancora più dolore lui infilava le scarpe da carpentiere prima di colpirla.

E’ andata avanti così per un anno e mezzo, fino a quando lei ha trovato il coraggio di denunciare.

Il Tribunale di Tivoli ha condannato il compagno violento a 9 anni e 3 mesi

Per questo mercoledì 26 marzo il Tribunale di Tivoli ha condannato in primo grado U. A., 41enne cameriere italiano residente a Fonte Nuova, alla pena di 9 anni e 3 mesi di reclusione per maltrattamenti, lesioni personali aggravate e violenza sessuale nei confronti della ex compagna, una 40enne italiana residente a Roma.

Il Collegio presieduto da Nicola Di Grazia – a latere i giudici Sergio Umbriano e Matteo Petrolati – ha condiviso la ricostruzione della Procura andando anche oltre la richiesta di condanna a 7 anni e 9 mesi formulata dal pubblico ministero.

U. A. è stato riconosciuto colpevole di tutte le accuse, fatta eccezione per le lesioni personali non documentate dai referti medici e per le quali il 41enne è stato assolto perché il fatto non sussiste.

I giudici hanno condannato l’imputato all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e da qualsiasi ufficio attinente alla tutela, alla curatela e all’amministrazione di sostegno, oltre all’interdizione legale durante la pena.

Nei confronti dell’uomo verrà applicato il divieto di avvicinarsi per un anno ai luoghi frequentati abitualmente da minori e di svolgere lavori che prevedano un contatto abituale con i minori. Il 41enne sarà infine sottoposto all’obbligo di tenere informati gli organi di polizia sulla propria residenza e sui propri spostamenti.

Secondo la ricostruzione dei magistrati, i fatti sono accaduti a Fonte Nuova da aprile 2020 a ottobre 2021. In piena pandemia la donna aveva accettato di andare a convivere a casa del 41enne, portando con sé anche la figlia minorenne.

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Non poteva sapere che U. A. era recidivo per gli stessi reati e che per lei quella convivenza si sarebbe trasformata in un incubo e ne sarebbe uscita soltanto un anno e mezzo dopo grazie all’intervento della madre e della sorella.

A inchiodare il cameriere alle sue responsabilità furono gli agenti del pool antiviolenza del Commissariato di Tivoli all’epoca coordinato dal Commissario Davide Sinibaldi, oggi in pensione, che ad aprile 2022 arrestarono il cameriere 41enne.

Dalle indagini emerse una realtà agghiacciante e il profilo di un uomo dall’atteggiamento interiore riprovevole dipendente dall’alcol.

La vittima, costituitasi parte civile nel processo attraverso l’avvocata Simona Fioravanti di Roma, ha raccontato anche ai giudici che durante la convivenza U. A. instaurò un sistema di vita violento con aggressioni fisiche e morali quotidiane e di eccezionale intensità.

“Mi picchiava selvaggiamente ogni tre o quattro giorni – è il drammatico racconto della 40enne – anche con bastoni, spranghe di ferro, coltelli da cucina, oggetti di arredo e per procurarmi maggiore dolore infilava le scarpe da carpentiere prima di colpirmi.

E quando sanguinavo, lui pretendeva che ripulissi le tracce di sangue”.

La vittima ha riferito inoltre di aver subito violenza sessuale a ottobre 2020, proprio all’inizio della relazione, a seguito del suo diniego di avere un rapporto sessuale.

Agli atti del processo, soltanto due referti medici: il primo del 27 settembre 2021 con una prognosi di 7 giorni per trauma cranico facciale, trauma della mano sinistra ed ecchimosi alla palpebra; il secondo del 2 ottobre 2021 per emorragia sub-congiuntivale post-traumatica. Tutte le altre volte la vittima non è andata in ospedale.

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Dalle indagini è infatti emerso che l’uomo rifiutava di accompagnarla al pronto soccorso ed era lui a somministrarle antidolorifici e a suturarle le ferite per farle cicatrizzare.

Neppure quando lui le infilò la punta di ferro dell’ombrello nella coscia.

Soltanto una volta U. A. “si intenerì” e l’accompagnò in ospedale, ma durante il tragitto la minacciò con un coltello intimandole di riferire ai medici di essere stata ferita durante uno scippo.

La sera precedente – era il 26 settembre 2021 – il 41enne di Fonte Nuova la sottopose all’ennesima vessazione.

Rincasato ubriaco al termine di una festa nel ristorante dove lavorava, U. A. le spaccò alcune sedie sulla schiena, la colpì con calci e pugni sulla testa e sul volto infierendo ripetutamente sull’occhio sinistro e urlandole: “adesso ti faccio diventare cieca”.

Quindi la trascinò in auto, la legò con le cinture di sicurezza per impedirle di muoversi e rivolgendosi a un conoscente lo invitò ad abusare di lei.

Durante il processo un amico e una parente dell’imputato hanno deposto a favore di U. A., ridimensionando le accuse della vittima: per questo il Tribunale ha disposto la trasmissione degli atti in Procura per verificare se sia configurabile il reato di falsa testimonianza.

L’uomo è stato inoltre condannato al risarcimento dei danni da liquidarsi in un separato giudizio civile e all’immediato pagamento di una provvisionale pari a 15 mila euro e alla rifusione di 2.293,20 euro per le spese di costituzione di parte civile sostenute dalla vittima.

Le motivazioni della sentenza saranno depositate tra 90 giorni.

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