18 luglio, il grande incendio di Roma: fu causato da Nerone?

Nel 64 dopo Cristo la Capitale bruciò per sei giorni consecutivi

Il grande incendio di Roma scoppiò nel 64 dopo Cristo, al tempo dell’imperatore Nerone quando era una delle maggiori metropoli del mondo antico, sebbene non avesse ancora raggiunto il culmine del suo sviluppo.

Le fiamme divamparono nella zona del Circo Massimo e infuriarono per sei giorni, propagandosi in quasi tutta la città a causa della tipologia degli edifici antichi, che comprendevano solai, sopraelevazioni, ballatoi e sporgenze in legno e utilizzavano in gran parte per l’illuminazione, la cucina e il riscaldamento fiamme libere.

Tre delle quattordici Regioni (così si chiamavano all’epoca i quartieri) furono totalmente distrutte, in particolare la III Regione, Iside e Serapis, (l’attuale Colle Oppio), la XI Regione (il Circo Massimo), e la X, (il Palatino). Migliaia di morti e circa duecentomila i senzatetto. Numerosi edifici pubblici e monumenti distrutti, insieme a circa 4.000 insulae e 132 domus.

Una vera e propria catastrofe sulle cause della quale si sono rincorse leggende diverse. Fu opera dell’uomo? Oppure il rogo fu accidentale?

Secondo Gaio Svetonio Tranquillo, fortemente ostile a Nerone, ad appiccare le fiamme sarebbero stati gli schiavi dell’Imperatore su suo ordine con la finalità di allargare le strade e costruire, smantellando i ruderi, la maestosa Domus Aurea.

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Lo storico Cornelio Tacito, viceversa, evidenzia come siano incerte le origini del disastro ipotizzando che il propagarsi delle fiamme dal Circo Massimo possa esser stato casuale.

La colpa dell’incendio venne considerata quasi unanimemente di Nerone, la cui figura ci è stata tramandata dagli storici suoi contemporanei come quella di un odioso tiranno, attribuendogli motivazioni quali il desiderio di trarre ispirazione per il suo canto dalla distruzione di una città, ovvero la necessità di trovare spazio per l’erezione della Domus Aurea, o ancora l’aspirazione a tramandare il suo nome per aver compiuto un radicale rinnovamento urbanistico della città.

Gli atti di Nerone furono quindi interpretati nella maniera più negativa: l’abbattimento degli edifici sulle pendici dell’Esquilino che fu probabilmente determinato dalla necessità di arrestare l’incendio evitando che continuasse ad alimentarsi, sembra essere stato interpretato come desiderio di seminare ulteriori distruzioni, come in seguito il provvedimento di sgombrare le macerie e i cadaveri a proprie spese fu attribuito al suo desiderio di impadronirsi dei beni lasciati nelle case.

I personaggi visti ad appiccare altri focolai di incendio e considerati la più certa prova di colpevolezza dell’imperatore, come riconosce lo stesso Tacito, avrebbero potuto nascondere dietro l’affermazione di ubbidire ad ordini dall’alto la propria attività di saccheggiatori.

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Altri sostenevano che l’imperatore avesse fatto appiccare l’incendio a fini unicamente speculativi, per distruggere una porzione cittadina limitata e quindi poter avere mano libera sulla ricostruzione, e che la situazione fosse sfuggita di mano per pura casualità causando il disastro. In realtà il racconto dello stesso Tacito riferisce al contrario di una serie di efficaci provvedimenti adottati dall’imperatore nella lotta contro il disastro e la tendenza attuale degli studi vede in molti campi una rivalutazione della figura di Nerone.

In alternativa alla versione tradizionale, lo storico Gerhard Baudy, riprendendo una tesi elaborata in precedenza da Carlo Pascal e Léon Herrmann, ha esposto l’ipotesi secondo la quale furono i cristiani ad appiccare volontariamente fuoco a Roma, allo scopo di dare seguito ad una profezia apocalittica egiziana, secondo cui il sorgere di Sirio, la stella del Canis Major, avrebbe indicato la caduta della grande malvagia città.

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