Da un medico della Asl Roma 5 di Tivoli riceviamo e pubblichiamo:
“L’8 febbraio 2026 mia figlia Ludovica ha avuto un conato di vomito e ha inalato parte del materiale gastrico.
Le vie aeree si sono ostruite.
Ha perso conoscenza; le labbra e le dita delle mani sono diventate blu e, nel giro di pochissimo tempo, è andata incontro a un arresto cardiorespiratorio.
Ho immediatamente allertato il 112, descrivendo la gravità di ciò che stava accadendo.
Ho eseguito la manovra di Heimlich e subito dopo ho iniziato il massaggio cardiaco. Ho continuato per circa cinque minuti, che mi sono sembrati eterni.
Poi sono arrivati i sanitari e hanno fatto il resto.
Ricordo la corsa in ospedale, il fischio nelle orecchie e, davanti a me, stampata a fuoco, l’immagine di mia figlia priva di sensi.
Tutto mi sembrava ovattato, comprese le parole dei sanitari della sala rossa del Pronto Soccorso, che cercavano di spiegarci la gravità di quanto era accaduto.
Sono un medico.
Sapevo cosa fare.
Ma in quel momento ero soprattutto un padre che vedeva la propria figlia senza vita davanti a sé.
È difficile spiegare che cosa significhi cercare di rimanere lucidi mentre si ha la sensazione di stare perdendo una figlia.
La paura c’era, ed era enorme.
La conoscenza delle manovre di primo soccorso mi ha però permesso di agire, senza perdere quei minuti che sarebbero stati decisivi.
L’intervento immediato non ha evitato le conseguenze dell’inalazione.
Ludovica ha sviluppato una grave polmonite ab ingestis, complicata da una severa insufficienza respiratoria.
È stata ricoverata in Terapia Intensiva, sottoposta a ventilazione meccanica invasiva e successivamente tracheostomizzata.
È stato necessario posizionare una PEG per garantirle un’adeguata nutrizione.
Da allora sta affrontando un lungo percorso di cura e di riabilitazione.
Sono stati mesi difficili, durante i quali abbiamo imparato a misurare il tempo in modo diverso.
Un miglioramento della respirazione, la possibilità di rimanere seduta, una parola pronunciata con la valvola fonatoria, un piccolo boccone nuovamente assunto per bocca: gesti che prima appartenevano alla quotidianità sono diventati traguardi importanti.
Ludovica è ancora ricoverata e il suo cammino non è concluso.
Restano difficoltà e interrogativi ai quali soltanto il tempo potrà dare una risposta.
Ma Ludovica è viva.
Respira autonomamente, mangia da sola ed è tornata a bere dal bicchiere.
Se quel giorno non avessi saputo riconoscere tempestivamente l’emergenza e praticare le manovre necessarie, con ogni probabilità oggi non potrei raccontare la sua storia.
Non scrivo queste parole per dare una rappresentazione eroica di ciò che ho fatto.
Ho semplicemente messo in pratica ciò che avevo imparato.
Proprio per questo ritengo che le manovre di disostruzione delle vie aeree e di rianimazione cardiopolmonare non debbano essere conosciute soltanto dai sanitari.
Un evento simile può accadere in casa, a scuola, al ristorante o durante un’attività sportiva.
Prima dell’arrivo dei soccorsi, accanto alla persona colpita ci sono quasi sempre familiari, amici, insegnanti, colleghi o semplici cittadini.
Sapere che cosa fare in quei primi minuti può cambiare l’esito dell’emergenza.
Naturalmente, un intervento tempestivo non sempre riesce a evitare danni o complicazioni.
Nel caso di Ludovica sono seguiti mesi di ricovero e un percorso ancora lungo. Ma quelle manovre le hanno dato la possibilità di arrivare viva alle cure dei sanitari.
Credo che l’insegnamento del primo soccorso dovrebbe essere molto più diffuso, a partire dalle scuole.
Non servono conoscenze mediche specialistiche per imparare poche azioni essenziali.
Servono corsi accessibili, esercitazioni pratiche e la consapevolezza che potrebbe capitare a ciascuno di noi di essere, in un determinato momento, l’unica persona in grado di intervenire.
Cinque minuti possono sembrare un tempo brevissimo.
Per Ludovica sono stati la possibilità di continuare a vivere”.
































