La lezione cilena

Con la vittoria di Boric si chiude la lunga transizione del post regime di Pinochet

Nessun paese come il Cile ha tuonato profondamente nei fatti della politica italiana tanto da modificarne profondamente visione e prospettiva.

Tutto ebbe inizio in quel settembre del 1973 quando il generale Augusto Pinochet tentò e riuscì nel colpo di stato che rovesciava il governo eletto del presidente Salvador Allende.

Fu un colpo per ogni autentica coscienza democratica perché a propiziare quel repentino cambiamento di scena furono determinanti la multinazionale americana contraria alla statalizzazione della gestione del rame, ma anche e soprattutto la Democrazia Cristiana cilena.

Arrivò come una frustata da noi. Il partito comunista italiano attraverso un editoriale di Enrico Berlinguer sul settimanale Rinascita avvertiva il mondo che era cambiata la prospettiva di quel partito che continuava ad ispirarsi centralmente a Marx e Lenin. Ora si propendeva a un “grande compromesso storico” traducibile con un’alleanza organica con la Democrazia Cristiana finalmente riconosciuta come soggetto che aveva lottato durante la Resistenza nel fronte anti-fascista. In due blocchi storici dovevano per forza incontrarsi, secondo l’analisi di Berlinguer, per lavorare su un progetto di società, a quel punto, necessariamente riformista ma che continuava a guardare, ciascuno per il suo ambito, ai suoi orizzonti ideali.

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A quel punto si attivò una lunga catena di solidarietà nei confronti di persone semplici, oltre che di artisti con meriti alterni.

Oggi, la vittoria conclamata del leader nettamente di sinistra, aperto alle tematiche più progressiste presenti nella dialettica di questa fase storica al mondo, deve far supporre un nuovo patto sociale tra quella sinistra, laica, fortemente avanzata sul piano riformistica, al ceto moderato i cui precedenti rappresentanti avevano espresso ben altra preferenza. (Lo stesso di quanto è avvenuto in altra espressione di questo centro che invece ha guardato a destra).

La vittoria di Gabrile Boric è anche uno schiaffo alle previsioni dei sondaggisti che davano la vittoria in bilico per entrambi i contendenti con la sicurezza che il vincitore si sarebbe aggiudicato la vittoria con pochi voti di scarto. Niente di tutto questo. Boric ha vinto con una differenza sull’avversario, Antonio Kast, dell’undici per cento.

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Ma l’altro e più importante dato che deve insegnarci qualcosa consiste nella considerazione che nello dispiegamento di forze non è necessaria la rincorsa al centro. Non è sempre importante apparire moderati, compassati, di grande sintesi tra diverse espressioni. Bisogna invece avere il coraggio di gettare il cuore oltre l’ostacolo e scommettere tutto su sé stessi e il senso profondo dei propri convincimenti.

Tutto questo però è possibile – e anche ciò deve essere spunto di riflessione – perché il Cile è uno stato che non conosce sovrastrutture decisionali. Le scelte del Cile non debbono essere riconsiderate in un’unione di stati in cui il paese che va alle elezioni è solo una parte. Boric, come Kast, non debbono entrare in nessun mega partito europeo per stare dentro un gruppo politico che conta nel loro contesto. Quel che decide chi è eletto corrisponde a quel che conta. E speriamo che sia anche vero.

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