“Devi dirmi di sì!”

In atto il corteggiamento dei ballottanti verso i due grandi esclusi, Calenda e Raggi

La fase del ballottaggio presenta quel carattere buffo di corteggiamento e dichiarazioni di comuni intenti che non si spiega come non siano usciti prima, quando si sono formate le liste e gli schieramenti.

Nella città di Romolo e Remo e delle storiche guerre civili ciò non avviene. O meglio si provano abbordaggi, abboccamenti che trovano risposte piccate dei diretti interessati.

In ballottaggio ci sono Michetti e Gualtieri ma ad essere contesi sono Raggi e Calenda. Il convincimento infantile dei due candidati a sindaco consiste nel ritenere vincitore chi riesce a conquistare i voti dell’ex avversario. Qualche manuale di politica dovrebbe invece insegnare loro che al secondo turno si ricomincia da capo. I voti devono essere riacquisiti. Nessuno si porta dietro l’eredità del primo match, non valgono nemmeno i gol fuori casa. Niente! Si ricomincia da capo. In sostanza, vince chi riporta il proprio elettorato a votare.

E allora ha facile gioco Calenda nel perseguire la linea anti-Cinquestelle che non ha spiegazioni essendo stati i Cinquestelle un avversario sconfitto. A meno che non esistano trattative riservate con Giuseppe Conte per dare indicazione di voto a Gualtieri, Virginia Raggi può solo dare annunciazione di voto personale – se ritiene – oppure trattare per apparentarsi con uno schieramento, cosa che ha espressamente detto di non voler fare.

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Non si capisce cosa voglia fare Calenda. Se, come ha detto, vuole solo limitarsi a esprimere una sua dichiarazione di voto, lo faccia senza farsi tirare per la giacca. Non si capiscono bene neanche le sue argomentazioni per cui lui si era candidato per governare la città. Una soluzione di buon compromesso, da buon riformista, potrebbe essere comunque rappresentata dal suo ingresso in giunta, trattando così con una formazione piuttosto che con un’altra. Vittorio Sgarbi, come nuntio apostolico, di Michetti si è già esposto. Ma Calenda, insiste, mai e poi mai vorrebbe governare coi Cinquestelle. Bene! Apparentarsi col centrodestra gli darebbe sufficienti garanzie. Si invita però a riflettere un attimo sul caso umano della povera Virginia che in pochi giorni passa dall’essere sindaca ad appestata. Nessuno la vuole, ma i voti che le hanno fatto lambire il venti per cento fanno gola.

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E allora, come avveniva anticamente, se non si riesce convincere la donna al matrimonio si parla col padre. E la figura putativa è Giuseppe Conte che sarebbe pronto a fare accordi, ma gli irriducibili pentastellati romani non sono quelli che si trova a governare in Parlamento.

E allora finirà con il gioco delle opinioni personali. Probabilmente una a destra e l’altra a sinistra. Ma col gioco delle convenienze non si arriverà a dama. Voteranno, come è fisiologico, ancor meno cittadini. Si arriverà ad un terzo dell’elettorato votante. E poco più della metà di questi deciderà chi fa il sindaco a Roma. Alla faccia della rappresentanza!

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